Delizia al limone 100% gluten free

Oggi è domenica, quindi una torta ci sta benissimo!  E allora, eccovi la mia delizia al limone, inventata stamattina, mentre stavo facendo la sauna in cucina, perché  m'era venuta voglia di zucca al forno! 🤣🤣🤣

È davvero molto semplice e veloce questa tortina e vi farà  venire voglia di rifarla spesso! 

Sensi di colpa inesistenti perché  è  100% gluten free e senza latte né  derivati del latte. Vi ho convinti? Forza allora, andate a lavarvi le mani che si comincia!

 

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Un dono della morte

Oggi sono andata al funerale della mamma di un amico. Non l'ho mai conosciuta, se non in parte immaginata dai racconti dei famigliari, provati dal dolore di una malattia che l'ha lentamente ma inesorabilmente  portata via dal loro affetto. Ha vissuto a lungo e tutti loro hanno potuto prendersene cura e stare con lei fino all'ultimo istante, ma questo non basta mai quando muore qualcuno a noi caro. Potrebbe avere anche più  di cent'anni che non saremmo comunque ancora pronti a lasciarlo andare. Oggi quindi ero lì  con loro, in una chiesa gremita di gente che cercava sollievo dal caldo torrido del pomeriggio, muovendo i ventagli quasi all'unisono, creando una musica delicata che faceva da accompagnamento alle parole della pastora. La verve di quella donna, che tanto entusiasmo metteva nell'esporre il suo sermone, strideva col lento e sommesso movimento dei ventagli. Ogni tanto un gemito soffocato, cui veniva dato libero sfogo durante il canto degli inni, che pietosi offrivano volume sufficiente  a coprire in parte un pianto che diversamente non s'osava esternare. Non la conoscevo, non era mia parente, ma c'erano alcuni miei cari amici lì, provati da un dolore palpabile, che conosco bene. Ed ecco che, guardando la bara di quella sconosciuta, le emozioni sono fluite. Non è vero che il tempo fa dimenticare. Quanta paura e quanti sensi di colpa ho avuto per questo! Mi è capitato di non ricordare più un volto amato e la disperazione mista a vergogna e senso di colpa grandi come montagne mi hanno assalita, strappandomi lacrime amare. Poi d'improvviso, camminando per via, gustando un cibo o guardando un certo fiore mi tornavano vividi i ricordi e mi sentivo meno orribile. Oggi mi sono resa conto che anche se a volte i volti amati ci appaiono come annebbiati da una pietosa nebbia fatta salire dal tempo, i nostri cari sono lì, accanto a noi, percepibili come un'onda che ci avvolge col suo profumo indelebile, diverso da qualunque altra onda, riconoscibile solo da noi. È una sensazione forte che una foto sbiadita nascosta in un libro o esposta sul comodino non potranno mai rendere con tanta intensità. Abbiamo in noi il ricordo vivido di ogni istante vissuto con ciascuno dei nostri amati e quando il dolore dei primi momenti lascia un po' di spazio, ogni sensazione torna in noi e ci rassicura, perché  in questo modo possiamo percepire fisicamente che siamo uniti gli uni agli altri e che tempo e spazio sono più  fluidi di quanto potremmo pensare. 

Oggi per me questo momento vissuto durante il funerale è  stato un dono, un dono della morte. Non ho ancora imparato ad essere totalmente  ricettiva nei confronti della signora degli inferi, perché sono stata educata a temerla, ma oggi credo d'aver fatto un altro piccolo passo verso la comprensione dei cicli di natura. 

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Torta al cioccolato 100% gluten free!

Era parecchio che volevo fare una torta super "cioccolatosa" 100% #glutenfree e oggi... tadaaan! Eccola! 🙃🙃🙃🙃🙃 In un periodo di attese, tensioni e ansie varie un po' di dolcezza ci sta tutta! Comunque volete sapere che cosa ha commentato quel "nuiusun" di mio marito? 😂 " È persino più buona di quella che hai fatto domenica scorsa con la farina di grano " Capito?!! Lui, "in persona personalmente", il signor "precisetti" figlio di un pasticcere 😂😂😂 Chi l'ha detto che senza glutine non si può gustare la buona cucina? 😉 Il segreto della mia #reussite ? Ingredienti d'ottima qualità, giusta armonia nelle dosi, tanta pazienza e... tanto amore! 😍 

Volete provare a farla anche voi? Eccovi gli ingredienti. Seguite le semplici indicazioni e godetevi questa torta!

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Insalata di tonno rosso

Eccomi di nuovo a scrivere sul blog. E' un periodo in cui non ho molto tempo, perciò spesso mi limito a postare su social di più rapido utilizzo e trascuro questo spazio, che invece andrebbe più curato. Ad ogni modo ora sono qui, quindi bando alle ciance e veniamo al sodo! Ieri notte ho cotto a vapore un trancio di tonno, l'ho lasciato raffreddare per bene e poi, oggi, una parte l'ho messa in freezer e una parte l'ho usata per realizzare una golosa insalata come piatto unico per pranzo. E' stato un successo! Ci è piaciuta talmente tanto che ho deciso di scrivere questo post per non dimenticarmi gli ingredienti che ho usato, visto che l'ho inventata sul momento.

Andiamo per ordine. Seguitemi nelle varie fasi per rendervi conto di come l'ho fatta e, se vi sembra appetitosa, provate a rifarla!

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Sa Craberia, latte di capra freschissimo tutto da gustare!

L’idea di andare a vedere questa azienda mi è venuta quando ho iniziato l’avventura dell’home schooling. Per alcuni mesi mi sto occupando in prima persona della preparazione scolastica di mia figlia, dunque sono spesso alla ricerca di gite che stimolino la sua curiosità e la portino ad approfondire alcuni argomenti in modo più interattivo e divertente. Poichè il programma di scienze prevede sia un’introduzione all’alimentazione umana che allo studio del ciclo vitale degli animali, ho pensato bene di portarla a vedere le simpatiche caprette scure di Sa Craberia. Questa era la scusa ufficiale, ma in realtà, avendo apprezzato la qualità e la bontà dei loro prodotti, era da un po’ che avevo intenzione di andarli a conoscere, tanto più che non sono nemmeno troppo distanti da casa. Anche questa piccola azienda a gestione famigliare, infatti, ha sede nel Sud Ovest della Sardegna. Come altre piccole realtà imprenditoriali virtuose, di cui vi ho già raccontato in precedenza, anche Sa Craberia si caratterizza per un’attenzione alla cura dei dettagli, nonché ad una ricerca continua della qualità, che senza nulla togliere all’esperienza e alla competenza di alcuni membri della famiglia, che già da prima della creazione del marchio era impiegata nello stesso ambito, non evita di studiare per potersi migliorare, con il rispetto per il territorio, che non esclude uno sguardo di ampio respiro, in particolare per la promozione e distribuzione dei prodotti in Sardegna, in Italia e all’estero.

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Insalata di tonno rosso

Eccomi di nuovo a scrivere sul blog. E' un periodo in cui non ho molto tempo, perciò spesso mi limito a postare su social di più rapido utilizzo e trascuro questo spazio, che invece andrebbe più curato. Ad ogni modo ora sono qui, quindi bando alle ciance e veniamo al sodo! Ieri notte ho cotto a vapore un trancio di tonno, l'ho lasciato raffreddare per bene e poi, oggi, una parte l'ho messa in freezer e una parte l'ho usata per realizzare una golosa insalata come piatto unico per pranzo. E' stato un successo! Ci è piaciuta talmente tanto che ho deciso di scrivere questo post per non dimenticarmi gli ingredienti che ho usato, visto che l'ho inventata sul momento.

Andiamo per ordine. Seguitemi nelle varie fasi per rendervi conto di come l'ho fatta e, se vi sembra appetitosa, provate a rifarla!

Prima di tutto ho messo dell'acqua salata nel wok, quindi ho aggiunto una bacca di ginepro, un pezzetto di rametto di rosmarino, qualche fogliolina di alloro, un pezzetto di alga combu e ho appoggiato al wok il contenitore in bambù per la cottura a vapore, al cui interno ho messo a cuocere i tranci di tonno rosso fresco. Dopo circa quaranta minuti il tonno era cotto, così l'ho messo a raffreddare su un piatto e l'ho coperto con uno strofinaccio, lasciandolo tutta la notte a raffreddarsi. Se non siete molto pratici o non sapete che cosa sono un wok, un'alga kombu o un contenitore in bambù per la cottura a vapore, qui di seguito trovate il video, che potrà chiarirvi un po' le idee.

Quando è stata l'ora di pranzare, ho messo in freezer il tonno ormai raffreddatosi, tenendone da parte un po' per la mia insalata. Ho predisposto un letto di foglie di insalata romana tagliate a listarelle, sulle quali ho messo dei fagiolini cotti a vapore e tagliati a tocchetti, ho fatto cadere una pioggia di zucchine alla julienne cotte in forno con olio EVO e acidulato di umeboshi e un po' delle mie olive in salamoia (che l'altro ieri avevo già provveduto a sciacquare, snocciolare, tagliare a metà e condire con olio EVO, aglio e prezzemolo). Sopra a questo strato, ho sbriciolato delicatamente un po' di tonno rosso, un cipollotto tagliato molto sottile e ho disposto tre uova sode tagliate a metà.

Sia i fagiolini che le zucchine li avevo cotti il giorno prima, quindi quando li ho messi nell'insalata non erano caldi. Tenetene conto se decidete di preparare tutto lo stesso giorno.

 A parte ho preparato una vinaigrette emulsionando  un cucchiaino della mia salsa d'acciughe (alici sott'olio fatte disfare in precedenza con dell'aglio, olio EVO e un po' di salsa d'ostriche, quindi sfumate con del vino bianco), dell'acidulato di umeboshi, dell'olio di vinaccioli, dell'olio EVO, un cucchiaino di senape di Digione, un po' di pepe nero del Timur macinato al momento, un pizzico di erbe miste di Provenza. Una volta ottenuta una crema omogenea l'ho versata sull'insalata, poi ho aggiunto un altro filo d'olio di vinaccioli e ho mescolato il tutto prima di impiattare. I miei golosastri hanno gradito molto la novità, persino la biondina, nonostante fosse preoccupata per la presenza della salsa d'acciughe, che lei trova troppo forte come gusto.

Aspettando che il tempo diventi più clemente, noi siamo già pronti con questa nuova gustosa insalata estiva! E voi che aspettate a provarla?

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Sa Craberia, latte di capra freschissimo tutto da gustare!

L’idea di andare a vedere questa azienda mi è venuta quando ho iniziato l’avventura dell’home schooling. Per alcuni mesi mi sto occupando in prima persona della preparazione scolastica di mia figlia, dunque sono spesso alla ricerca di gite che stimolino la sua curiosità e la portino ad approfondire alcuni argomenti in modo più interattivo e divertente. Poichè il programma di scienze prevede sia un’introduzione all’alimentazione umana che allo studio del ciclo vitale degli animali, ho pensato bene di portarla a vedere le simpatiche caprette scure di Sa Craberia. Questa era la scusa ufficiale, ma in realtà, avendo apprezzato la qualità e la bontà dei loro prodotti, era da un po’ che avevo intenzione di andarli a conoscere, tanto più che non sono nemmeno troppo distanti da casa. Anche questa piccola azienda a gestione famigliare, infatti, ha sede nel Sud Ovest della Sardegna. Come altre piccole realtà imprenditoriali virtuose, di cui vi ho già raccontato in precedenza, anche Sa Craberia si caratterizza per un’attenzione alla cura dei dettagli, nonché ad una ricerca continua della qualità, che senza nulla togliere all’esperienza e alla competenza di alcuni membri della famiglia, che già da prima della creazione del marchio era impiegata nello stesso ambito, non evita di studiare per potersi migliorare, con il rispetto per il territorio, che non esclude uno sguardo di ampio respiro, in particolare per la promozione e distribuzione dei prodotti in Sardegna, in Italia e all’estero.

Immersa nel verde di dolci collinette di cui non avrei mai immaginato la presenza, poco distante dalla città mineraria di Carbonia, sorge questa piccola azienda, costituita da un laboratorio con annessa rivendita dei prodotti, la cui apertura al pubblico è prevista a breve, entro la prossima Pasqua, una stalla comprendente una zona attrezzata per la mungitura e un’estensione di terra tale da permettere agli animali un pascolo sereno e tranquillo in ogni stagione, con libertà di movimento tra esterno ed interno, volta a far sì che non debbano subire costrizioni di sorta.

 

Ogni giorno, il latte destinato alla vendita viene raccolto e distribuito in parte crudo, attraverso un apposito distributore refrigerato presente in un supermercato di Carbonia, in parte pastorizzato e quindi consegnato ai negozi, supermercati o attività ristorative clienti dell’azienda. Per quanto riguarda il latte crudo è possibile rifornirsi in maniera autonoma, seguendo le istruzioni riportate sul distributore, che prevede l’erogazione di mezzo litro o un litro di latte per volta, con cui ciascun cliente del supermercato può riempire le bottiglie presenti a fianco del distributore e quindi apporre l’etichetta, che esce in automatico al termine dell’erogazione, su cui è presente un codice a barre, che permette il pagamento in ognuna delle casse del supermercato, compresa l’automatica. Una volta a casa, è sufficiente portare dolcemente ad ebollizione il latte per poterlo gustare.

 

Nel piccolo laboratorio la ragazza che ci ha accolte aveva appena finito di preparare la prima fase di alcuni formaggi stagionati, dunque nell’apposito contenitore era presente solo il siero del latte. Ha aggiunto davanti ai nostri occhi la giusta percentuale di latte ed ha iniziato a produrre una profumatissima ricotta. La medesima attrezzatura servirà poi anche per la sterilizzazione e per la preparazione degli altri prodotti, che vanno dai formaggi più freschi come la ricotta e lo stracchino, alle caciotte di differenti stagionature, allo yogurt, al naturale o con varie aromatizzazioni e consistenze (esiste infatti anche una linea di yogurt da bere), a prodotti dolciari freschi come il budino o la panna cotta.

 

Se siete abituati al gusto dei caprini francesi, specie quelli freschi, che potete trovare nei territori transfrontalieri vicini al Piemonte, vi stupirete assaggiando questi prodotti, che, pur conservando una piacevole sapidità, tipica dei prodotti a base di latte caprino, hanno una dolcezza e cremosità che rende, ad esempio, gli yogurt così leggeri da sembrare preparati con soli elementi vegetali, ma al tempo stesso molto gustosi. Lo stracchino, poi, se per voi è rappresentato da un tipo di formaggio fresco molto morbido e con poco corpo, sarà anche in questo caso una scoperta interessante per la consistenza che rimanda di più ad un primo sale, se consumato fresco e non in cottura, ma che al gusto richiama sapori ben più sapidi e gustosi.

 

La versatilità di questi prodotti è tale da rappresentare anche un’ottima base per la preparazione di pietanze dolci e salate, consentendo accostamenti interessanti con altri prodotti del territorio e non solo, che alcune attività ristorative hanno già avuto modo di considerare, essendo presenti, ad esempio, tra gli ingredienti utilizzati nella preparazione dei condimenti dei lievitati serviti da Gourmen o delle pizze di Nerone e di Rubiu.

 

Il latte caprino ha delle caratteristiche che ne permettono un’alta digeribilità anche a soggetti particolarmente deboli, che possono così usufruire di un apporto importante di sostanze nutritive utili al bilanciamento di una corretta dieta alimentare. Da sempre apprezzato fin dai tempi più antichi per le sue qualità, questo alimento e i prodotti da esso derivati rappresenta un ponte tra una tradizione alimentare, che è bene riscoprire, e le innovazioni in questo ambito, che possono portare ad una sua diffusione, pur mantenendo un rapporto di rispetto per gli animali da cui tali prodotti si ricavano e l’ambiente in cui essi vivono. Se è indubbio, infatti, che solo una parte del gregge viene rinnovata periodicamente, mentre il resto è destinato per questioni ovvie di gestione dello spazio e del gregge stesso, alla macellazione (che non avviene in azienda, ma è demandata agli acquirenti del bestiame selezionato a questo scopo), tuttavia ogni animale nato e cresciuto in queste condizioni può godere di un’esistenza rispettosa dei suoi ritmi. Per poter avere latte durante tutto l’arco dell’anno, infatti, solo una parte degli armenti, a rotazione, è ingravidata e quindi è garantita una pausa a ciascun animale, andando in questo modo a seguire nel maggior modo possibile, quelli che sono i loro cicli naturali.

 

La mia idea di portare la mia bambina a vedere da vicino che cosa succede nella filiera della lavorazione del latte, in modo da comprendere meglio ogni sua fase, a partire dall’animale che lo produce, senza edulcorare il processo tacendone parti come quella inevitabile relativa alla macellazione di alcuni capi, ritengo sia utile anche a noi adulti, per far sì che ci si renda conto di tutti gli aspetti di questo tipo di aziende, che possono fare la differenza sia sulla qualità del prodotto finito, sia sulla qualità del rapporto con l’ambiente e con gli animali, senza i quali tale prodotto non sarebbe possibile. Poter percepire la serenità delle capre, che senza alcun timore, in ottime condizioni fisiche, si sono avvicinate curiose a me e a mia figlia è un valore aggiunto di cui dovremmo sempre più tener conto quando andiamo a scegliere un prodotto da portare sulla nostra tavola.

 

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I busolàdi: un dolce ricordo d'infanzia

Stasera non ho tempo per fare una torta, così ho deciso di preparare dei biscotti. Anche se non ho limoni (il nostro albero più vecchio è in piena ripresa da trapianto e gli altri sono ancora troppo giovani per far frutti), ho deciso di fare i busolàdi, le dolci ciambelline burrose che preparavo con la mia bisnonna. Il profumo di grappa mi riporta a quei pomeriggi lontani, con i gesti sicuri e antichi di una donna di poche parole ma dal cuore grande e la tempra di chi visse due grandi guerre, entrambe da sfollata, lontano dalla propria terra, sempre pronta a ricominciare. Mescolo l'impasto dei biscotti e la sento accanto a me, che mi guarda stupita perché giro il cucchiaio in senso antiorario, ma poi non mi corregge perché nota con soddisfazione che comunque mi muovo bene e commenta: "sta fia la ga proprio una bona man" e io continuo a girare orgogliosamente in senso antiorario.

Volete cimentarvi anche voi con la preparazione di questi antichi dolcetti? Allora procuratevi:

-500g di farina (ormai lo sapete, io preferisco la 0 alla 00)

-2 uova intere e 2 tuorli (anche se io questa volta ho usato 4 uova intere)

-200g di zucchero semolato (se volete usare quello grezzo di canna otterrete un sapore più vicino a quello del miele, ma ricordatevi di amalgamarlo molto bene nell'impasto)

-1 bustina di lievito (cercate quello biologico o piuttosto usate un po' di lievito di birra fresco)

-la scorza di un limone (ovviamente cercatene uno non trattato, ma se non lo trovate, come è successo a me ieri sera, potete aromatizzare l'impasto con un cucchiaino scarso di vaniglia Bourbon in polvere)

-100g di burro (io ieri sera ne ho messi 125 e ci stavano bene)

-1 cucchiaino di grappa o di rhum (se usate la grappa cercatene una morbida e profumata, io ieri sera ho usato la Sarpa oro di Poli)

-2 cucchiai di vino bianco o rhum per fissare lo zucchero della glassatura (io ieri sera ho usato il vermentino di Sardegna Pariglia della cantina Contini)

In una ciotola capiente amalgamate energicamente le uova con lo zucchero e il burro che avrete fatto sciogliere a bagnomaria, aggiungete la scorza di limone (o la vaniglia) e il cucchiaino di grappa (o rhum), unite a poco a poco la farina e il lievito mescolando fino ad ottenere un impasto omogeneo. Versate l'impasto su una spianatoia infarinata e continuate ad impastarlo con le mani fino a formare una palla, aggiungendo farina quanto basta ad evitare che si incolli alla spianatoia. Procedete come con la preparazione degli gnocchi, realizzando dei piccoli salsicciotti che andrete a chiudere a cerchio, fissando delicatamente la "chiusura" con le dita. Non abbondate con la farina, mi raccomando, e siate rapidi nell'operazione per nonscaldare con le mani l'impasto. Infornate a 180° (a forno già caldo) per quindici minuti e, una volta sfornati, passate la parte superiore dei dolcetti nel vino e quindi nello zucchero.

Lasciate raffreddare qualche minuto su una gratella e gustatevi i vostri busolàdi! Ottimi per colazione o per l'ora del tè, li andrete a cercare anche in altri orari fino a terminare la scorta, tanto ora che avete la ricetta potrete rifarli quando vorrete!  Se decideste di portarli in tavola come dolcetto a fine cena abbinateli ad un buon vino bianco da meditazione, come un passito di Pantelleria o un Recioto veneto, oppure la medesima grappa usata nell'impasto. 

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Un altro ricordo d'infanzia: polenta e ciocche

 

Eccomi di nuovo alle prese con la preparazione di un piatto che profuma d'infanzia e, più di ogni altro, di Istria. Ho ricordi molto labili della terra d'origine della mia famiglia, perchè ci sono stata solo quando ero molto piccola, ma alcune immagini e profumi sono rimasti inspiegabilmente vividi nella mia memoria. Ad esempio ricordo un piatto di polenta e ciocche mangiato con gusto a casa di mia zia Nanda, tra lo stupore divertito di alcuni adulti a me sconosciuti che non credevano possibile che una bimba fosse così ghiotta di un cibo decisamente particolare. I bambini non sanno mentire, specialmente a tavola, quindi era palese a tutti i commensali che il mio entusiasmo fosse sincero e tutti mostrarono viva approvazione, anche chi non apprezzava quanto me consistenza e sapore delle ciocche. Eh già, perchè con le lumache è così, o le adori o proprio non riesci a mangiarle. E' una questione di gusti e di rapporto con determinate consistenze.

 

 

Dal momento che ho trovato delle ottime lumache in un allevamento gestito da Vito Miolla e Marilena Fienga, una coppia molto simpatica che vive in Sardegna, sull'isola di San Pietro, proprio di fronte all'isola di Sant'Antioco, quella dove io abito ora, dopo aver provato la loro crema Tabarchelix a base di bava di lumaca e aver gustato una loro qualità di lumache abbastanza grosse da poterle preparare ripiene col burro, alla francese, per la cui ricetta vi rimando al mio vecchio post, ho deciso di scegliere delle lumache da un calibro minore, ma non le più piccole in vendita presso il loro allevamento, chè non sarebbero state adatte, e ho iniziato a prepararle per il sugo. Per cercare di riprodurre un sugo che fosse il più vicino possibile a quello della mia infanzia, per prima cosa ho telefonato a mia zia Maria e a mia nonna Mariucci, ho fatto tesoro delle loro indicazioni e ho creato la mia versione.

 

 

Per prima cosa ho messo a bollire le lumache (non ho avuto bisogno di "spurgarle" perchè me le hanno vendute già pronte). Una volta sbollentate le ho scolate e, armata di un ago, le ho sfilate una ad una del loro guscio, proprio come facevo con la mia bisnonna da piccola, io e lei sedute vicine sul balcone di casa di mia nonna a Torino. Ho provato a coinvolgere la biondina (mia figlia Iside), ma lei ha trovato l'operazione troppo noiosa e mi ha abbondonata alla terza lumaca! Beh, bisogna capirla, non è proprio come usare un mestolo di legno per preparare una torta! Ad ogni modo non mi sono persa d'animo e ho continuato da sola. Una volta sgusciate e pulite dell'intestino, ho messo le lumache in un tegame col sale ed ho iniziato a "massaggiarle", facendole schiumare il più possibile.

 

 

Dopo qualche minuto le ho sciacquate e quindi le ho messe a soffriggere con la cipolla nell'olio EVO.

 

 

Ho aggiunto della passata di pomodoro e ho continuato la cottura, a fuoco lento. Ho preso tre foglie di alloro dal mio albero, un rametto di rosmarino, li ho legati insieme e li ho aggiunti al sugo, togliendoli non appena si è iniziato a sentire il loro profumo, per evitare che diventassero troppo "invadenti".

 

 

Ho pulito e tagliato l'aglio e l'ho aggiunto al sugo, ho aggiustato di sale e ho continuato la cottura. Mia nonna Mariucci aggiunge un cucchiaiono di farina bianca per rendere più denso il sugo e un cucchiaio di aceto bianco e lascia cuocere il sugo per massimo venti minuti, mentre mia cugina aggiunge carote e sedano e cuoce il sugo più a lungo. Io ho aggiunto una lacrima di vino bianco e ho lasciato cuocere molto lentamente il sugo durante tutto il tempo di cottura della polenta, per servirli poi insieme.

 

 

 

Qui vedete una polenta molto morbida, perchè a mio marito piace così, ma io ricordo che da piccola la mangiavo decisamente più compatta, tuttavia credo che con questo sugo possa andar bene anche nella versione più "molisina", come direbbe mia bisnonna. Buon appetito dunque e non dimenticatevi di abbinare un buon vino a questo goloso primo piatto! Io vi consiglio un bianco aromatico, ma anche qualche bollicina non ci starebbe male.

 

 

 

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International street food festival San Giovanni Suergiu 2018

Quando torni quattro volte nel medesimo stand non è per la simpatia della signora ateniese, che comunque era davvero molto gradevole, ma perché ti mangeresti tutti quei meravigliosi triangolini di pasta fillo ripieni di feta, pepe e prezzemolo e per buon cuore nei confronti degli altri ti limiti a quattro!!!

Sono molto impegnata ultimamente e le mie uscite sono limitate, ma ci tenevo a non perdermi questo festival ed ho persino preso i biglietti con un certo anticipo. Devo dire che, per essere la seconda edizione, sono rimasta abbastanza soddisfatta. E' vero che ci sono molti aspetti su cui si può migliorare l'organizzazione dell'evento, ma la serata è stata davvero molto piacevole e l'afflusso di pubblico è stato tale che per alcuni stand non sono nemmeno riuscita ad arrivare in tempo ad assaggiare qualcosa.

16 stand per viaggiare tra profumi e sapori del mondo. Dalla Polonia al Cile, passando per la Sardegna, ognuno di loro offriva sfizioserie da gustare passeggiando intorno alla piazza del paese, tra balli sudamericani e un coinvolgente spettacolo di un artista di strada originario di San Giovanni Suergiu. Ho apprezzato moltissimo, da mamma, uno spazio bimbi in cui alcune ragazze molto pazienti e propositive hanno coinvolto mia figlia e altri bimbi che hanno potuto dare libero sfogo alla loro fantasia con carta e colori o si sono divertiti a farsi truccare.

Tema cardine della serata era il fritto. Dai succulenti triangolini di pasta fillo della signora ateniese di cui accennavo prima a mini "polentine" fritte condite con verdure crude in salsa piccante, fagottini ripieni di carne, empanadas, pollo come ripieno o fritto e condito con spezie, polpettine e involtini vari, raviolini ripieni di ricotta (la mia biondina ha fatto il bis da tanto che erano buoni) fino ad arrivare alle zeppole, soffici e gustose, ai dolcetti al cocco o alle noci (per me in assoluto i più gustosi), ogni stand ha offerto piccoli camei di golosità, tra dolce e salato.

Nonostante il caldo estivo qualcuno ha indossato anche abiti tradizionali, come ad esempio le bellissime ragazze arrivate dalla Polonia, il cui stand era sicuramente il più bello come allestimento.

Ovunque si veniva accolti dal sorriso di chi era intento a preparare o a servire profumati cibi e venivano elargite spiegazioni su ingredienti e tecniche, mentre la folla aumentava e finiva velocemente le scorte, entusiasta.


Come dicevo, molto si può fare per migliorare questa bella iniziativa, ma è bello vedere che in un comune così piccolo del sud Sardegna ci sia voglia di aprirsi al mondo anche attraverso il cibo. Lo street food è fatto per muoversi. Io lo amo molto perchè mi permette di "assaggiare" i luoghi in cui è preparato mentre cammino per le strade di un nuovo paese. In questo caso le strade erano quelle di un grazioso paesino che ha fatto entrare un po' di mondo e magari ha stimolato nel pubblico la voglia di andare a visitare i paesi da cui arrivano questi cibi semplici, poco elaborati, ma che racchiudono un pezzetto di anima dei territori che rappresentano. Da "malata di Cina" mi è mancato uno stand orientale, ma confido che nelle prossime edizioni si provveda ad aumentare il numero dei paesi coinvolti in questo bell'esempio di commistione di culture. Conoscere un po' di più il diverso da sé, anche attraverso il cibo, è un passo avanti verso l'abbattimento di muri d'ignoranza.

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Gourmen: il nuovo brand made in Sulcis della ristorazione di qualità.

 

Una foto che ritrae Claudio Stara e Nicola Vacca insieme, in posa fiera davanti alla scritta GOURMEN Lievitati di qualità ha scatenato la curiosità di molti, specialmente sul web. Che cosa unisce questi due ragazzi e che intenzioni hanno? Ebbene, ora finalmente posso svelarvi di che si tratta.

 

 

Vi ho già parlato di Claudio Stara, il prototipo del self-made man che si è conquistato con fatica e determinazione ogni traguardo nel suo lavoro, portando la sua pizzeria Nerone a livelli di qualità assai alti ed ottenendo un successo che è ancora più notevole, se si considera il fatto che il suo locale si trova a Bacu Abis, una piccola frazione di Carbonia, non in centro a Cagliari e nemmeno in prossimità di una delle meravigliose spiagge del Sulcis. Con il tempo Claudio è riuscito non solo a migliorare la qualità delle sue pizze, continuando sempre ad aggiornarsi e perfezionarsi, fino a creare anche una sua scuola per panificatori e pizzaioli, ma ha voluto far crescere il suo locale migliorando anche la parte inerente la cucina, offrendo un menù sempre più apprezzato dalla clientela, che ora si trova in difficoltà a scegliere tra le pizze e i piatti preparati al momento, con prodotti freschi, provenienti principalmente del territorio circostante.

 

 

Il suo socio non è da meno. Molti probabilmente si ricorderanno di Nicola Vacca quale chef della Ghinghetta, il locale di Portoscuso che ottenne e soprattutto mantenne una stella Michelin. La passione e la tenacia che hanno permesso di portare avanti quel progetto di famiglia si possono vedere negli occhi di Nicola e la sua verve rende l'idea dei sacrifici ma anche delle soddisfazioni che questo lavoro comporta. Una vita di orari impossibili, di corse per poter seguire tutto al meglio, rinunciando ad un'esistenza più a misura d'uomo. Ad un certo punto, però, Nicola non è stato più disposto a determinati compromessi e ha deciso di cambiare, trascorrendo anche un periodo da dipendente, che gli è stato molto utile per riprendersi dalle fatiche psicofisiche dell'essere stato un imprenditore di successo e per ridimensionare e ripensare con più calma al suo modo di vivere la sua grande passione qual è la ristorazione, riassaporando a pieno il piacere di cucinare.

 

I due ragazzi si conoscono perchè clienti l'uno dell'altro, poi un giorno Claudio si rivolge a Nicola per chiedergli una consulenza su come poter migliorare la sezione cucina del Nerone e da quel momento si crea un'intesa nata dalla maggior conoscenza reciproca, che porta a far crescere in entrambi la stima l'uno nei confronti dell'altro. Sebbene vengano da esperienze diverse, più lavorano insieme, più entrambi si rendono conto di avere molti punti in comune, ma soprattutto di essere caratterizzati dalla medesima attitudine ad essere imprenditori. Investono nel loro lavoro, che amano, per far sì che la loro impresa cresca, senza mai sottovalutare l'importanza dell'avere e mantenere un'équipe solida e affidabile con cui poter dividere sacrifici e soddisfazioni. Vogliono collaborare con fornitori virtuosi del territorio, senza tuttavia essere fanatici del km0 a prescindere dalla qualità, che resta fondamentale nella scelta dei prodotti.

 

Dall'unione delle loro energie nasce Gourmen. Tra pochi giorni potrete gustare ad Iglesias, in via Antas 2, proprio di fronte alla stazione ferroviaria, i meravigliosi lievitati di Claudio conditi con l'estro, la cura e la grande professionalità di Nicola, che per la gioia del vostro palato, utilizzeranno ingredienti di altissima qualità, sia del territorio che di provenienza d'altre zone della sardegna o dell'Italia, laddove le loro ricette lo necessitino. Non si tratta tuttavia solo di un locale ma di un vero e proprio brand, nato dalla passione di questi due ragazzi, che preannuncia altre aperture di differenti tipologie di locali e non solo. Per ora non posso, e nemmeno voglio, svelarvi troppo. Il locale Gourmen di Iglesias è concepito come un punto di ritrovo in cui poter gustare una fragrante focaccia appena sfornata e raccontata da Claudio, mentre bevete un bicchiere di birra fesca o sorseggiate del vino oppure, tentati da una nuova ricetta di Nicola, potreste decidere di osare assaggiandone una più insolita, incuriositi dalle spiegazioni su ingredienti e tecniche che i due soci saranno lieti di condividere con voi.

 

Il locale è di dimensioni relativamente contenute e si presta molto anche al take-away. Siamo ormai in estate e Iglesias offre molti spettacoli la sera. Quale modo migliore di godervi una passeggiata nel centro storico o un concerto in una delle pittoresche piazze di Iglesias, se non gustando qualche appagante proposta del Gourmen? Se volete avere un assaggio di quello che nei prossimi mesi vedrete crescere davanti a vostri occhi venite all'inaugurazione del primo locale Gourmen ad Iglesias (troverete tutti i riferimenti precisi di data e ora direttamente sulla pagina Facebook Gourmen, già attiva). Potrete dire d'essere stati presenti all'inizio di un'avventura che porterà alta nel mondo la bandiera del Sulcis, della Sardegna, del made in Italy di qualità e soprattutto della passione di Claudio e Nicola, che hanno deciso di investire nella loro amata isola, mettendo in luce ciò che di meglio può offrire, anche in questo campo, non solo per chi viene da fuori, ma anche per chi ci vive.

 

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Mambo Kitchen, un'icona glamour in cucina.

Perchè scrivere un post sul mio blog descrivendo un'altra blogger che si occupa di cucina? Perchè adoro il suo stile, la sua cucina e il suo approccio alla cucina della tradizione e sono stufa di vedere immagini pasticciate (per essere gentile userò questo termine e non altri più rappresentativi di alcune persone) che vengono ostentate al pari dei piatti dei grandi chef, di cui scimmiottano l'estro, paragonandosi immeritatamente a chi fa questo mestiere che è prima di tutto una passione. Federica Buccoli ha un approccio differente, che la caratterizza sui social, dove si distingue come influencer. Ecco dunque una breve intervista che ci permetterà di comprendere meglio le origini e la natura di Mambo Kitchen e della sua creatrice.

- Perché Mambo Kitchen? Da che cosa è nato il nome?

- Il mio blog nasce una sera d’inverno, in un periodo piuttosto grigio dal punto di vista professionale. Avevo subito torti duri da digerire, ero stata usata e gettata via come una scarpa vecchia. Il mio fidanzato mi spronò a fare qualcosa di mio, dove le miei idee e le mie capacità potessero essere messe in luce. Io sono fondamentalmente una sognatrice, lui con il suo lato razionale e pignolo una persona molto concreta, quella sera mi disse : “ Basta pensare, devi concretizzare, fallo ora, non continuare a perdere tempo prezioso !”. Così senza neanche una ricetta tra le mani, uno straccio di foto, entrai nella piattoforma di blogger per creare il blog. Nel mentre stavo ascoltando “Mambo Italiano” cantato da Sofia Loren e pensai che in quel video c’era tanto dell’atmosfera d’altri tempi che volevo ricreare. Così non ci pensai più di un minuto e usai “Mambo” per accompagnare Kitchen. Sofia Loren è una grande musa per me, una bellissima donna solare e buongustaia, ora che ci penso, anche se il nome è nato per puro caso e in pochi minuti, non lo cambierei mai, non avrei potuto scegliere un nomepiu azzeccato per il mio blog. Ringrazio Filippo per avermi spronato a non perdere tempo, a concretizzare senza avere paura di fallire. In tutti questi anni oltre ad avermi insegnato alcune basi della cucina italiana, mi ha sempre sostenuto, anche quando non avevo molto seguito. Lui stesso mi ha permesso di fare il mio primo evento Mambo Kitchen nel suo locale Oyster. È fondamentale avere un sostegno quando intraprendi una strada senza conoscere la meta, i risultati non arrivano subito, devi lottare, cadere, rialzarti, accettare sconfitte e gioire per le gratificazioni che seppur piccole ti riempiono il cuore. Aldilà dei contratti e delle collaborazioni che sono riuscita ad ottenere, la più grande soddisfazione per me è ricevere tantissime mail di persone che attraverso le mie foto e video rivivono la loro infanzia o un ricordo vissuto. Questo è sempre stato il mio obiettivo: smuovere dei bei ricordi . Il mio blog non nasce per mostrare piatti elaborati o dall’alta cucina, quest’ultima deve rimanere nelle mani dei grandi chef, che stimo tantissimo e non potrei mai scimmiottare. Io non sono una Chef, dietro un grande piatto c’è sempre una grande ricerca frutto di anni di studio e di gavetta, gli mancherei di rispetto e mi sentirei anche ridicola. Io faccio la cucina della nonna, non pretenziosa, gustosa e soprattutto facile da replicare, i miei lettori devono poter riuscire a replicare con buoni risultati fin dal primo tentativo.

 

- Tu hai osato proporre una cucina casalinga ma molto curata, non "pasticciata" e non necessariamente legata al territorio, pur usando gli scorci dai tetti del quartiere Castello di Cagliari per i tuoi video. Le foto dei tuoi piatti e la loro descrizione, così come i tuoi video che ammiccano al vintage diffondendo una patina glamour, con la complicità delle musiche scelte ad hoc, hanno dato vita ad un tuo stile ben definito, che ti caratterizza sui social. Chi ha apprezzato questo approccio e chi invece non l'approva tra i tuoi followers?

- Io oltre alla cucina ho la passione per il cinema, la fotografia e la musica vintage. Ho cercato di unirle e mescolarle nel mio account Instagram. Seguo pochissime pagine di cucina, molte di fotografia, di cinema e moda. Non mi piace, per mio gusto personale, la classica pagina di cucina che ti piazza il piatto super elaborato che magari non sa di nulla, con tanto di ingredienti o video tutorial con musichina da app. Purtroppo moltissime persone a causa del talent Masterchef pensano che creare un piatto elaborato sia semplice e facilmente riproducibile senza avere alcun tipo di base tecnica. I video in terrazza con musica vintage nascono dall’ amore che ho sempre avuto per i video degli spot pubblicitari. Adoro Domenico Dolce e Stefano Gabbana, sono sempre rimasta incantata guardando i loro video pubblicitari, loro non ti vendono un prodotto, loro ti raccontano una storia, un momento, legata alle nostre origini italiane. E io ovviamente in versione molto ruspante e casereccia ho cercato di mostrare ai  miei follower quello che noi italiani possiamo vivere ogni giorno. Mangiare un piatto di pasta sotto il sole è un grande privilegio, tutti gli stranieri sognano di poterlo fare. I video sono piaciuti così tanto che sono diventati il mio marchio e in tantissimi lì riproducono nelle proprie abitazioni taggandomi con orgoglio. Dall’americana che mostra i suoi spaghetti al pomodoro usando “ il cielo in una stanza” di Mina, alla torinese che con sua mamma si diverte a far volare un piatto di pasta sopra i tetti di Torino. Chi ama la musica, il cinema, la cucina italiana tradizionale e i nostri paesaggi mi segue con piacere. Sono stata la prima in rete a fare video di questo tipo e questo mi ha anche consentito di fare una bellissima collaborazione con una grande azienda napoletana che ha lavorato proprio con Dolce & Gabbana per la propria pubblicità. Per me è stata una grandissima soddisfazione, un vero onore. Chi cerca e chi imita i piatti da Masterchef detesta e non sopporta che io con un panino possa essere tanto apprezzata. Chi sostiene che la cucina sarda sia la migliore del mondo ritiene offensiva la mia cucina italiana e non del territorio. Una ragazza una volta mi scrisse:
“Ok tutto molto buono, ma non sai andare oltre un piatto di pasta e una pizza? Nessun piatto elaborato come fanno a Masterchef? “.

La mia risposta fu: “ Cara se cerchi piatti elaborati stile Masterchef puoi trovare centinaia di pseudo bloggers che li fanno. Ti consiglio per conoscere la vera cucina stellata di seguire i veri chef non le pagine che li scimmiottano e per quanto riguarda me, mi dispiace che tu ritenga banali le fondamenta della nostra cucina tradizionale italiana”.

- Che progetti hai per il futuro? Che cosa vorresti diventasse Mambo Kitchen?

- Il mio grande sogno è di poter continuare a lavorare con il web e i social, poter entrare nelle abitazioni di tutto il mondo con la nostra cucina di tutti giorni. Far conoscere a tanti stranieri e italiani la bellezza misteriosa della Sardegna, del mio quartiere storico e della nostra cucina. Sto scoprendo d’essere tagliata per la comunicazione e il marketing, sicuramente farò dei corsi per migliorarmi e crescere professionalmente. Mambo Kitchen è fondamentalmente uno stile di vita, ho qualche progetto in cantiere ma per scaramanzia preferisco non dire nulla. Per ora devo ancora imparare tanto e continuare a crescere, tenendo duro.

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Capodanno cinese a Cagliari: il 2018 è l'anno del cane.

Si è concluso da poco a Cagliari un evento davvero particolare: due giorni di festeggiamenti per il capodanno cinese, che quest'anno vede il segno del cane come protagonista. La risposta del pubblico è stata incredibile! Un vero e proprio bagno di folla, specialmente all'apertura, quando gli atleti dell'Accademia di culture orientali hanno fatto strada per le strette vie del centro storico ad una corteo festante, entusiasta e curiosissimo. Ottimo il lavoro svolto da Maria Chiara Sini, che ha lavorato alla realizzazione di questo evento, avvalendosi della collaborazione del consorzio Cagliari centro storico, della Confesercenti, della Regione Sardegna, dell'Accademia di culture orientali, cui fa capo il Maestro Manca, dell'associazione cinese in Sardegna, del Xuanwu Institut, dell'associazone Sogni di filo, dei dragonauti e di alcuni ristoratori cinesi (Peonia, Asian Mi e Foodie), nonchè dei bambini della scuola cinese, che hanno partecipato alla sfilata in abito tradizionale e infine di alcuni cantanti cinesi che insieme alla sottoscritta hanno dato il loro piccolo contributo a rendere questa festa un'occasione di incontro gioioso e benaugurante.

Conoscersi per comprendersi e convivere meglio. Da questo concetto si è mossa Maria Chiara Sini per far avvicinare la comunità italiana a quella cinese e viceversa, proponendo, già prima dell'evento del capodanno, occasioni d'incontro come quella dell'aperitivo cinese in cui ha spiegato i punti in comune tra le due culture, quella sarda e quella cinese, che hanno molte più similitudini di quanto si potrebbe pensare, facendo scoprire ai partecipanti che alcuni piatti tipici sardi sono molto simili, soprattutto nella forma, ad alcune specialità cinesi e che persino un gioiello ritenuto esclusivo della Sardegna come il pendente nero d'ossidiana con cui s'adornano, anche con un pizzico di scaramanzia, molte donne sarde, è presente in Cina e ha simili usi.

Il tempo è stato clemente e, se per la prima giornata sembrava davvero che stesse iniziando la primavera, l'abbassarsi delle temperature il giorno successivo non ha minimamente frenato l'entusiasmo della folla accorsa per vedere l'esibizione delle barche drago, al termine della quale si è verificato un vero e proprio assalto da parte dei presenti, desiderosi di provare l'emozione di un rapido giro, pagaiando a bordo di queste caratteristiche imbarcazioni colorate.

Illuminante la conferenza tenuta il secondo giorno dei festeggiamenti da Massimo Ceccarelli di Turismo in Cina e Alessandra Colarizzi di china files, che, insieme a Maria Chiara Sini, hanno posto l'accento sulla realtà odierna della Cina, fornendo una fotografia aggiornata e attenta, al di fuori di molti stereotipi e miti da sfatare, con intelligenza, rispetto e desiderio sincero di conoscenza tipico dei viaggiatori attenti quali hanno dimostrato di essere i due ospiti, la cui presenza è stata molto apprezzata anche da un pubblico giovane, tra cui spiccavano alcuni studenti di Carbonia.

L'evento si è concluso con l'augurio di poter migliorare ed organizzare altri eventi all'insegna della cultura e della corretta informazione. Mi associo pertanto al pensiero dell'organizzatrice Maria Chiara Sini, secondo la quale "solo tramite lo scambio e l'incontro culturale si può creare una società migliore, infinitamente più bella ed anche più sicura".

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Fabrizio Schirru: assaggi di luce.

Per Fabrizio Schirru la tradizione è importante e, ispirandosi a grandi pittori del passato che scelsero il cibo tra i loro soggetti, da Michelangelo a Bruegel, nella sua raccolta "Assaggi di luce", che cura da quattro anni, realizza fotografie che sono in gran parte rappresentative della cultura enogastronomica dell'isola di Sant'Antioco ed in particolare della cittadina di Calasetta, dove è nato e vive tutt'ora, in Sardegna. Con la tendina della macchina aperta, Fabrizio "dipinge", usando una piccola torcia, tutto ciò che desidera portare in luce della composizione precedentemente disposta.

La luce è usata come fosse un pennello.

Per poter affinare la sua tecnica mantiene vivo il suo spirito d'osservazione e dedica tanto tempo allo studio, vivendo la fotografia come una scuola di vita. Come ha affermato lui stesso durante l'evento organizzato ad Iglesias dall'associazione Remo Branca "Incontri con l'autore", tenutasi lo scorso novembre, "L'attrezzatura conta fino ad un certo punto, la prima cosa che ha importanza è quello che tu hai dentro e che vuoi trasmettere alla gente". Per Fabrizio la fotografia rappresenta un lavoro introspettivo, prima di tutto.

La tecnica del light painting lo riporta al suo vissuto, in particolare all'infanzia. L'immagine che più rappresenta il suo background in questo senso è quella di un pomeriggio estivo di scirocco, i suoi genitori ed i nonni sono a riposare e lui, bambino, guarda il cesto di frutta nella penombra data dagli scuri accostati per il gran caldo.

Con le foto che ritraggono i prodotti della sua terra Fabrizio vuole porre l'attenzione sulla fortuna che ritiene d'avere per il fatto di poter ancora mangiare cibi naturali e sani, provenienti dall'orto di famiglia, ad esempio, ed incoraggia le persone a preferire per questo motivo i piccoli produttori locali. Presidente dell'associazione Ancilla Domini di Calasetta, è molto sensibile a temi come il recupero e la conservazione delle tradizioni, da quelle enogastronomiche, per cui si adopera, come in occasione della sagra del Pilau, ad esempio, giunta quest'anno alla IV edizione, in collaborazione con il Comune e la Pro Loco di Calasetta, a quelle musicali, essendo parte dei cantori che tengono viva la tradizione dei canti popolari calasettani. Innamorato della sua terra ed orgoglioso di viverci, Fabrizio ne condivide col mondo le bellezze, siano esse un'immagine di uno scorcio della sua isola o gli ingredienti del cascà calasettano, per un desiderio di sviluppo territoriale consapevole, nel rispetto dei luoghi e delle persone.

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A Palermo, capitale della cultura italiana 2018, anche il mercato fa cultura. San Lorenzo: un mercato 2.0

 

Personalmente amo molto fare acquisti nei mercati, ciò che non riesco a produrre da sola, preferisco infatti acquistarlo in questo tipo di spazi, piuttosto che in strutture della GDA, per quanto possibile. Il motivo, oltre che economico, è legato anche all'aspetto emozionale di questi luoghi. Non a caso, anche nei supermercati si cerca di ricreare una zona che richiami questo tipo di atmosfera. Sono nata e vissuta a Torino per più di vent'anni, città dove esistono meravigiosi mercati posti in ogni quartiere, per cui ogni giorno alcune piazze o vie cittadine si trasformano in coloratissimi mercati ricchi di colori, profumi e mercanzie d'ogni tipo. Purtroppo non tutte le città hanno la fortuna d'avere questo tipo di "struttura", con questa frequenza nè con questa presenza così capillare, altre invece sono ancora più organizzate e mostrano maggiore varietà d'offerta.

Viaggiando oltre frontiera ho apprezzato differenti versioni di mercato. Quello che mi ha colpito di più è stato in assoluto il mercato del pesce di Shanghai, dove è possibile acquistare pesce (che per la maggior parte è esposto al pubblico ancora vivo, in piccoli acquari) e decidere se consumarlo a casa propria come meglio si gradisce, oppure farselo preparare dai ristorantini presenti all'interno del mercato stesso, con cui, a seconda del peso dell'animale e del metodo di cottura scelto, si andrà ad accordarsi per il prezzo.

 

 

Il cibo di strada fa parte della storia di molte città italiane, dunque nihili novi sub soli, tuttavia il concetto del mercato dove si può comprare la materia prima cruda, oppure cucinata secondo la ricetta del venditore, oppure ancora consumarla in loco, in uno spazio dedicato dove si vive un'atmosfera festosa è un'immagine che ci fa pensare a mercati un po' più a sud di noi oppure ad alcune strutture nord europee. Eppure, recentemente ho scoperto che esiste qualcosa di molto interessante sotto questi punti di vista anche in Italia.

 

 

 

Al Gourmet Food Festival 2017, uno show cooking organizzato dal Distretto Palermo Costa Normanna vedeva protagonista lo chef Bonetta Dell'Oglio, una donna palermitana con un'incredibile verve, che ha voluto credere nel cambiamento dall'interno e, invece di cercare la sua realizzazione oltre frontiera, seguendo il motto "Cu nesci arrinesci", ovvero "Chi se ne va (sott. Dalla Sicilia) riesce", ha investito nella sua terra, credendo nelle potenzialità offerte dalle ricchezze enogastronomiche del suo territorio.

 

 

Palermo è la capitale della cultura italiana 2018 e grazie al sostegno del POR FESR della Regione Sicilia e dell'Unione Europea, il Distretto Turistico Palermo Costa Normanna sta sviluppando un progetto volto a migliorare i servizi di informazione e orientamento al turista, per "valorizzare il territorio e far conoscere e potenziare la sua variegata offerta di ospitalità, specializzando la proposta di soggiorno verso quelle tipologie di proposte che meglio rispondono alle esigenze ed al profilo del turista contemporaneo. In un mercato più informato, competente ed esigente il consumatore è infatti interessato soprattutto a sperimentare in modo immersivo quegli aspetti originali ed esclusivi di un territorio attraverso esperienze di viaggio diverse, autentiche, insolite", come illustrava al pubblico il giornalista Fabrizio Salce.

 

Esempio virtuoso in questo senso è rappresentato dal Mercato San Lorenzo di Palermo. Come mi ha spiegato Gaetano Lombardo, si tratta di un mercato coperto, realizzato all'interno di quella che era una fabbrica dove venivano lavorate le arance per la produzione di oli essenziali ed estratti impiegati nell'industria alimentare e cosmetica. Oggi questa struttura ospita le migliori realtà enogastronomiche siciliane, con le quali sono anche preparati i più celebri piatti della tradizione siciliana, che si possono trovare, e gustare, nelle nove botteghe presenti, perchè è prevista anche la possibilità di mangiare sul posto alcune prelibatezze tipiche.

 

La cura dei dettagli, a partire dall'arredo vintage, rispettoso della tradizione del luogo, ma supportato da una tecnologia al passo coi tempi, crea lo spazio ideale di condivisione, in cui il mercato si apre al sociale ed alla cultura, ampliando la sua essenza, per offrire uno spazio che ha le caratteristiche di un hub culturale in cui divertirsi ed apprendere, tra uno showcooking ed un concerto, una lezione di cucina ed un incontro didattico, passando per laboratori e percorsi di gusto organizzati tra le botteghe.

 

 Un mercato 2.0 pensato anche a misura dei più piccoli, che si avvicinano al cibo di qualità in modo divertente ed accattivante, in uno spazio ricco di stimoli culturali.

 

Davvero un bellissimo biglietto da visita per 2800 prodotti dell'enogastronomia siciliana, di cui oltre 200 vini, in un contesto di accoglienza e promozione insieme. Un esempio a mio vedere assai interessante, da duplicare quanto più possibile, per fornire validi strumenti alla promozione delle ricchezze enogastronomiche italiane.

 

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Porca l'oca che bontà! La pizza "degustazione" secondo Simone Padoan

 

Partendo dal presupposto che per me la pizza è solo napoletana (e qui evito di dilungarmi sulle varie "sfumature" del caso, specie in questi tempi di innovazione a tutti i costi), ho deciso di andare senza pregiudizi di sorta a seguire l'evento che ha visto protagonista Simone Padoan al gourmet food festival di Torino e devo dire che sono molto felice d'aver scelto questo approccio. Per il patron della pizzeria I tigli di San Bonifacio, in provincia di Verona, il concetto di pizza si poteva rivoluzionare, creando un prodotto che, come la pizza napoletana è espressione di un territorio e di una cultura ben specifica, potesse rispecchiare il suo territorio, quello delle campagne attorno a Verona.

 

Simone asserisce che si deve provare un'emozione per quello che si mangia. Secondo lui è prima di tutto una questione culturale: "non solo far bene da mangiare, ma raccontare la nostra storia per far comprendere meglio il nostro mestiere. Noi dobbiamo portare le persone a farsi delle domande: è buono? Non è buono? Perchè?" Da qui parte la sua valorizzazione del territorio, del mestiere, del piatto unico che è la pizza. A partire dall'impasto ha iniziato a cambiare la pizza secondo la sua concezione. Parla di prodotto italiano, non a km zero, di filiera ridotta. Non è difficile capire perchè non possa affidarsi totalmente al km zero, dal momento che la sua pizzeria è in veneto e determinati prodotti importanti per la realizzazione della pizza non crescono in zona, per ovvie ragioni climatiche.

 

 

Esiste la pizza all'italiana, la pizza napoletana e recentemente è stata data una nuova definizione di pizza gourmet, tuttavia Simone non ama molto quest'ultimo termine per definire la sua concezione di pizza. Gourmet significa buongustaio, ma per chi vale questo epiteto? Non sembra possa essere universalmente riconosciuto. Ecco dunque la sua idea di pizza "degustazione", ovvero da gustare a pieno.

 

 

Secondo Simone "l'unico veleno che esiste è il troppo, l'eccesso porta a scompensi". Per lui la qualità è un'unità di misura, che si basa sulla scelta delle materie prime, la quantità sono le ore di lavoro.

 

Pone poi l'accento sulla differenza tra il concetto di caro e di costoso. Per spiegare meglio la differenza mostra un piatto di porcellana, fatto a mano, cui corrisponde il valore di €50,00 dato dalla qualità di quel prodotto della manifattura italiana. Partendo dallo stesso presupposto di compresenza di qualità della materia prima utilizzata, ore di lavoro impiegate e eccellenza del prodotto finito, descrive una sua pizza "Porca l'oca" che ha il valore di €30,00 dato da un impasto realizzato in doppia cottura, con una tisana d'orzo inserita al 4% sul totale, suddivisa a metà tra il primo ed il secondo impasto, carne d'oca proveniente da un allevamento della zona, in cui gli animali vengono allevati con criteri particolari, ad esempio nella loro dieta vengono inseriti dei fiorellini che conferiscono un particolare gusto alle carni, lardo di schiena di mora romagnola, cime di rapa cotte al cartoccio e cime di rapa seccate, rese polvere ed usate come condimento in stile wasabi, cui assomiglia nel sapore.

 

Di famiglia contadina, ultimo di nove figli, Simone porta come esempio caratterizzante del suo background il pranzo della domenica della sua infanzia: tagliatelle in brodo con i fegatini per primo e bollito per secondo. Da questo tipo di cucina e di gusto nasce la sua idea rivoluzionaria di pizza "degustazione". Spiega infatti: "parto da un pezzo di pane e dai miei ricordi su che cosa mangiavo col pane". Ecco dunque chiarita anche la sua attenzione al crunch, per lui la pizza deve porre resistenza, ma non deve essere troppo croccante. Il richiamo al pane condito che mangiava da bambino è semplice da intuire.

 

 

Utilizza farina molto alta di WW (proteine), più acqua, grassi, farine semintegrali e integrali (con valore nutrizionale molto più elevato). L'impasto è fatto esclusivamente con lievito madre. Il sale nell'impasto è sempre di quantità contenuta. Per cuocere la guancia di maiale a bassa temperatura utilizza il grasso d'oca. Le carcasse d'oca, una volta disossata per ottenere gli sfilacci che verranno posti sulla pizza, vengono tostate in forno con delle spezie e poi messe in pentola con acqua a creare il fondo di cottura per gli sfilacci d'oca.

 

 

Per capire a pieno da dove parte la rivoluzionaria idea di pizza di Simone è utile partire dal suo locale. I tigli nasce nel '94 come pizzeria tradizionale. Nel '99 Simone conosce un momento di crisi profonda e porta il locale a zero. Decide quindi di studiare qualcosa di diverso e cambiare il modo di lavorare. Si definisce "maniacale", poichè sostiene che "se sei in gara devi superare te stesso, non il tuo avversario". Cinque anni fa ristruttura il locale, solo dopo aver ottenuto il consenso sul prodotto. "Dopo il consenso sul prodotto abbiamo creato il contenitore". Ha disegnato perciò la cucina e poi il resto del locale. La cucina è un vero e proprio palcoscenico, con una vetrata di otto metri, con forni e fuochi a vista. In cucina sono in sette, uno ai dolci, 5 per l'impasto e la materia prima più lui. La materia prima è solo fresca, non c'è niente di già pronto, proprio perchè Simone ritiene di dover essere un anello di congiunzione tra l'agroalimentare italiano e i clienti della sua pizzeria. Sostiene infatti: "noi diamo un'emozione attraverso i prodotti e le persone che abbiamo dietro".

 

 

 

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Iginio Massari al gourmet food festival di Torino

 

Fondatore dell'Accademia dei Maestri Pasticceri italiani, allenatore e presidente della squadra italiana che ha vinto più volte la Coppa del Mondo di pasticceria, titolare della pasticceria Veneto, Dottore Honoris Causa in scienze culinarie alla St. George University di Bruxelles, Iginio Massari è un'icona della pasticceria italiana. Attento ai dettagli, alla chimica che regola i passaggi della realizzazione dei dolci, il grande pasticcere riconosce tuttavia che "i dolci dei sentimenti stanno per essere soppiantati dai dolci dei social". Il suo dolce dei sentimenti è la millefoglie che preparava sua mamma, di cui non riesce a riprodurre la bontà della crema. Forse perchè, come Obelix cadde da piccolo nella pozione magica lui cadde in una bacinella di crema di vaniglia con profumo di cannella e caffè, la sua vita è all'insegna della pasticceria. Nonostante sia sensibile a particolari gusti, tuttavia, non dichiara d'avere un dolce preferito poichè ritiene sia il più grosso errore, per un professionista, fare i dolci che piacciono a lui. Il dolce dei sentimenti a dire di Massari, crea confusione, non permette di restare obiettivi, come nel caso di una concorrente di un programma a cui partecipò in qualità di giudice, che gli presentò il dolce che per lei rappresentava la sua infanzia, esaltandolo per il gusto a suo dire eccelso, ma che, tuttavia, all'assaggio del maestro risultò addirittura immangiabile.

 

Per ridimensionare il concetto di dolce casalingo non a caso per questo suo intervento al gourmet food festival di Torino Massari scelse due classici: il plum cake e la crostata, per sfatare il mito della semplicità di tali dolci, che invece hanno regole ben precise, che se vengono rispettate fanno la differenza tra un dolce casalingo di qualità ed un'idea grossolana di dolce improvvisato "a occhio". Ogni dettaglio ha infatti una motivazione scientifica, come ad esempio la griglia di pasta che si mette sopra la crostata, che quando il dolce cuoce produce vapore evitando di far scaldare la confettura oltre i 90°.

 

 

 

"Per fare il cibo bisogna avere conoscenza di quello che si utilizza e perchè lo si utilizza". Ad esempio, per fare il panettone, il dolce a suo dire più difficile per un pasticcere, "bisogna dominare la natura della fermentazione", che avviene in tre modi diversi, attraverso gli enzimi, i lieviti e la lievitazione del vapore. Mentre il pandoro lievita cinque volte il suo volume iniziale, il panettone lievita solamente tre volte il suo volume iniziale, perchè contiene prodotti in sospensione al 20% (canditi, uvetta).

 

Oltre alla chimica anche la storia ci può aiutare a comprendere la natura di alcuni prodotti alimentari. Ad esempio, la baguette è stata inventata in tempi di carestia dai panettieri francesi che potevano cuocere in minor tempo, e quindi usando meno legna, la medesima grandezza di pane, con una forma differente rispetto alla pagnotta. Se poi, ancora a titolo di esempio, ci si chiede come mai le mousse e le creme bavaresi abbiano avuto maggior successo nelle pasticcerie dopo gli anni sessanta basta pensare che prima di allora le pasticcerie non avevano frigoriferi in grado di refrigerare a 4°.

 

 

Cura dei dettagli, conoscenze tecniche, attenzione ai gusti della clientela. Tutto questo non basta ancora a definire questo uomo d'altri tempi ben ambientato nella modernità. Ciò che meglio di tutto ci fa capire chi è Iginio Massari è la descrizione che fornisce lui stesso del proprio lavoro: "io faccio i dolci della trasgressione, non c'è progresso senza un po' di trasgressione". Dunque, forte della sua conoscenza e della sua tecnica, si mette in gioco creando qualcosa di nuovo, rischiando, investendo nell'innovazione, senza accontentarsi di "vivere di rendita" restando fermo ai suoi classici d'intramontabile perfezione. Uno spirito libero, che continua ad osare e a vivere immerso nel regno del dolce, andando in laboratorio in piena notte, se un dolce lo richiede, come il giorno del suo intervento al gourmet food festival, impegnato nella realizzazione di dolci d'altissima qualità, per i quali ha richieste di una portata tale che riesce a soddisfare solo al 20%, osannato da folle di fans cui non si sottrae, arrivando a perdere treni e coincidenze per non negare una foto o un autografo a chi glielo chiede.

 

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La sfogliatella Santarosa, un dolce antico da gustare con tutti i sensi.

 

Un altro evento del gourmet food festival, che si è svolto al Lingotto Fiere di Torino dal 17 al 19 novembre scorsi, che mi ha particolarmente colpita è stato quello denominato "Sua Maestà Sfogliatella dei Fratelli Pansa". La sfogliatella Santarosa nasce nel monastero Santarosa, da un'esigenza di ottimizzare le risorse che spinse la madre superiora a riciclare alcuni ingredienti avanzati da infusioni o altre preparazioni prodotte nel monastero. Dalla capacità di quella religiosa nacque questa antica delizia.

 

La lavorazione di questo dolce prevede la realizzazione di tre fasi diverse e complementari tra loro: la sfoglia esterna, detta "tappo", il ripieno, con cui verrà farcito il tappo e con esso cotto in forno, ed infine la crema pasticcera, che fungerà da sigillo esterno a questa croccante delizia.

 

Per poter gustare al meglio questo dolce, va rispettata la giusta temperatura. Quando esce dal forno la sfogliatella "chiacchiera", in quanto la sua sfoglia è fragrante, croccante, ma bisogna aspettare che si raffreddi un po' poichè l'eccessivo calore ne falserebbe il gusto. Un dolce molto complesso nella sua preparazione, dove la qualità degli ingredienti, dalla ricotta ai canditi d'arancia (che la pasticceria Pansa produce dai propri agrumi) e la maestria nella preparazione sono fondamentali per la sua riuscita, una delizia per gli occhi, le orecchie e il gusto, gradevole anche al tatto e dal profumo inebriante. Un'esperienza sensoriale unica, da vivere possibilmente all'interno del locale storico di Amalfi, dove la Pasticceria Pansa è un'istituzione dal 1830.

 

 

In occasione della degustazione di questo dolce, al gourmet food festival è stato abbinato il Moscatello di Taggia, un dolce prodotto dei vigneti del ponente ligure, che già nel medioevo veniva apprezzato, tanto da essere definito "il nettare degli Dei, il vino dei Papi, il vino dei Re".

 

 

Se questo vino dalle caratteristiche sorprendenti è oggi un'eccellente e preziosa realtà della viticultura ligure è grazie alla passione di alcuni produttori, che sono andati alla ricerca delle piante originarie, ancora superstiti sul territorio, le hanno studiate per dieci anni, coinvolgendo anche l'Università di Torino e il CNR di Grugliasco, riuscendo a moltiplicare la varietà originale. Una volta riprodotte, le nuove piante sono state messe a dimora dai produttori, che hanno creato a tal scopo un'associazione, dandosi come obiettivo la qualità del vino ottenuto da quei vitigni, seguendo un rigido disciplinare di produzione e sottoponendosi ad accurati controlli. Il risultato è stato l'eccellenza innegabile del moscatello.

 

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Incontri interessanti al gourmet food festival: Lorenzo Lerda e i suoi lievitati.

 

Il primo evento che ho seguito durante il gourmet food festival che si è svolto al Lingotto Fiere di Torino dal 17 al 19 novembre scorsi è stato quello nella sezione dedicata a "La dolce vita. Dal croissant al caffè" tenuto dal giovane pasticcere Lorenzo Lerda, dell'omonima pasticceria piemontese. E' stato interessante approfondire alcune differenze tra i cosiddetti "lievitati del mattino". In questa categoria, infatti, rientrano molti prodotti da forno, dal croissant alla pasta danese, ciascuno con ingredienti e tecniche differenti. Ogni pasticcere deve conoscere tali tecniche, che sono alla base della propria formazione accademica. Ad esempio quali farine usare a seconda del tipo di lievitato, in che dosi e con che tempi. Inoltre, ogni pasticcere vive e produce dolci in una realtà ben definita, che va considerata anche in laboratorio. Se, ad esempio, nella ricetta originale francese del croissant non vengono impiegate uova, ciò non toglie, tuttavia, che alcuni pasticceri italiani, come lo stesso Lorenzo, decidano di apporre modifiche anche sostanziali alla ricetta di base, per venire incontro a specifiche esigenze, basate sui gusti della propria clientela, che ad un prodotto molto "unto" e dall'aspetto caratteristico assai morbido, come quello originale francese, preferisce un lievitato molto più leggero e soffice, con alveolature evidenti nell'impasto.

 

 

I lievitati hanno vita molto breve, di massimo un giorno, dunque le realtà artigianali non saranno mai di grandi dimensioni. Importanza fondamentale, come ha sottolineato Lorenzo, oltre alle conoscenze tecniche, riveste la qualità degli ingredienti scelti, che nel caso della pasticceria Lerda sono legati al territorio. Celebre è infatti la loro farcitura di albicocche di Castiglione, utilizzata nei loro croissant "rivisitati" all'italiana. Sempre a partire da quel frutto vengono realizzati i canditi che impreziosiscono il panettone. Non aspettatevi tuttavia la consistenza "fastidiosa", caratteristica di alcuni canditi presenti in altri panettoni. Se assaggerete il panettone Lerda sarete convinti di gustare un dolce con ripieno di marmellata, che vi si scioglierà piacevolmente in bocca. Per poter gustare in tempo questa leccornia vi consiglio di prenotare il vostro panettone, poichè la scelta della pasticceria è quella di realizzare più infornate, in modo da poter offrire un prodotto fresco e di alta qualità per tutta la durata delle feste. Il panettone è il dolce che da più soddisfazione ad ogni pasticcere, tuttavia, come afferma Lorenzo e con lui molti pasticceri, tra cui anche il celebre Iginio Massari, è anche il più difficile. Ogni pasticcere resterà in ansia fino alla fine della preparazione di questo lievitato, ma una volta ottenuto il risultato atteso, ne andrà molto fiero. Sarà un caso che i nostri "cugini" d'oltralpe, i re della patisserie, amino così tanto questo dolce italiano? Nell'antica diatriba, infine, relativa alla scelta tra panettone e pandoro personalmente non ho dubbi: amo il panettone, almeno quanto lo amano i francesi! E poi è perfetto per l'ora del tè!

 

 

 

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Gourmet food festival 2017

Si è concluso ieri a Torino il Gourmet food festival 2017. E' già alla terza edizione, ma solo quest'anno si è deciso di aprire le porte anche al pubblico, non solo più agli esperti del settore.

L'evento si è svolto al Lingotto, grazie alla collaborazione tra GL events Italia e Gambero Rosso

L'aspetto era quello di una grande piazza dove si sono ritrovati, tutti insieme, alcuni dei più grandi artigiani del gusto. Una parte dello spazio è stata dedicata agli espositori, mentre una zona denominata agorà (piazza in greco n.d.r.) era preposta ad accogliere eventi, degustazioni, dibattiti e workshop con chef ed esperti del Gambero Rosso. Ho potuto assistere ad alcune interessanti lezioni tenute da chef appassionati, ho assaggiato proposte nuove e stuzzicanti, appaganti delizie della tradizione, ho conosciuto produttori entusiasti del loro lavoro e dei loro prodotti.

Incontri tra gourmands

Questo festival è stato anche un'occasione per rivedere un caro amico, Fabrizio Salce che, in qualità di giornalista, con la professionalità e la verve che lo caratterizzano, ha presentato due eventi legati alla promozione dell'eccellenza dei prodotti siciliani, di cui avrò modo di parlarvi ancora, con maggiori dettagli. Ho deciso infatti di portarvi virtualmente con me in questa fiera, fornendovi un resoconto di quelli che a mio parere sono stati gli eventi e i produttori più interessanti. Dal momento che in alcuni casi determinati eventi avevano orari coincidenti, ho dovuto fare delle scelte e necessariamente preferirne alcuni, pertanto dovrete sottostare alla parzialità inevitabile del mio giudizio, tuttavia ritengo comunque di potervi dare un'immagine abbastanza esauriente della manifestazione. Il tempo dunque di riordinare i miei appunti e questo breve viaggio nel gusto avrà inizio.

Un piccolo assaggio

Per invogliarvi a leggere i prossimi articoli dedicati ad alcuni dei personaggi che sono apparsi in questa tre giorni del gusto vi inizio a fare qualche nome, come quello di Iginio Massari, il pasticcere che sta ottenendo più seguito di una rock star, oppure del re della pizza Simone Padoan, o ancora di Matteo Baronetto, chef al del Cambio,  uno dei ristoranti storici di Torino. Questo è davvero solo un piccolissimo assaggio, dunque preparatevi, perchè ne leggerete delle belle, ma soprattutto... buone!

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Locro alla Fabiana

 

Mentre il locro cuoce, non si può non bere mate! Erano anni che non preparavo questo classico della cucina argentina, la cui ricetta mi è stata data da una mia cara amica.

 

Ingredienti:

 

Dose per 6/8 persone

 

Per la zuppa:

 

-500g di mais bianco spezzato (in Italia è difficile da trovare, io ho usato mais dolce fresco)

-500g di fagioli già lessati

-3/4 di carni varie (pezzi scelti di bovino, ovino, trippa, pancetta o lardo, salame)

-250g di zucca (ma la quantità è soggettiva a seconda dei propri gusti)

-acqua

Per la salsina:

 

-2/3 cipolle o cipollotti freschi

-olio EVO

-pimentòn (paprika dolce),

-sale

Preparazione:

 

Mettere in una pentola capiente tutti gli ingredienti della zuppa con acqua suficiente a coprire il tutto e lasciar cuocere a fuoco lento.

 

Poco prima di servire il locro, preparare una salsina facendo rosolare pochi minuti la cipolla nell'olio con il pimentòn e il sale.

 

 

 

Servire il locro caldissimo, aggiungendo per ogni porzione uno o due cucchiai di salsina.

 

Un consiglio:

 

Essendo una preparazione molto lenta, ma altrettanto semplice, durante la cottura del locro potete dedicarvi alla preparazione di altri piatti, come ad esempio una torta di cioccolato, oppure godervi un momento di relax tutto vostro, magari sorseggiando mate, la tipica bevanda sudamericana.

 

 

 

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Liquore alla genziana

 

Si avvicina la stagione fredda e allora... è tempo di liquorini! Oggi ho finito d'imbottigliare queste due versioni di liquore alla genziana, un preparato tipico della tradizione di montagna, ottimo come digestivo. Sì, lo so che vivo al mare...

 

Ingredienti

Versione con vino rosso:                                                                                                 Versione con vino bianco:

-500ml di vino rosso fermo                                                                                             -20g di radice di genziana

-30g di radice di genziana                                                                                               -1l di vino bianco secco

-500ml di acqua                                                                                                                   -50g di miele

-450g di zucchero semolato                                                                                              -1dl di alcool a 95°

-375ml di alcool puro

-1/2 boccetta di estratto di marzapane (circa 10cc)

Preparazione

Versione con vino rosso:

Mettere la radice a bagno nel vino per venti giorni. Far bollire l'acqua per tre minuti, quindi sciogliervi lo zucchero. Mescolare l'acqua zuccherata, una volta fredda, con l'alcool, l'estratto di marzapane e l'infuso filtrato.ottenuto dalla macerazione della radice nel vino. Imbottigliare. Il liquore ottenuto sarà pronto dopo almeno tre giorni.

Versione con vino bianco:

Fate macerare la radice nel vino e alcool in un vaso a chiusura ermetica per dieci giorni, ricordandovi di rimestare il contenitore due volte al giorno. Trascorso il tempo della macerazione filtrate, aggiungete il miele e imbottigliate. Il vostro liquore sarà pronto dopo almeno un mese.

Un consiglio

Il liquore di genziana, se assunto nella misura di un bicchierino prima o dopo i pasti, è un ottimo stimolante per lo stomaco oltre che digestivo, aiuta inoltre a regolare la milza ed il fegato. E' tuttavia sconsigliato l'uso in gravidanza.

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Le mie olive in salamoia

 

Oggi era ora di preparare la salamoia per le olive ascolane raccolte un mese fa nel mio giardino. Ora via in dispensa e tra qualche mese potremo gustarle!

 

Ingredienti:

 

Dosi per 2kg di olive:

 

 

-200g di sale fino

 

-2l d'acqua

 

Preparazione:

 

Porre in ammollo le olive appena raccolte in abbondante acqua per circa un mese, avendo cura di cambiare l'acqua una volta al giorno.

 

A questo punto potete preparare la salamoia mescolando il sale con l'acqua fredda, quindi ponendo la soluzione a bollire per 5', fatela raffreddare. Pulite dei contenitori di vetro e riempiteli con le olive, quindi versate la salamoia facendo attenzione a coprire bene le olive, servendovi di qualche foglia di alloro o dell'apposito dischetto di plastica.

 

Chiudete i contenitori e sistemateli in dispensa dove li lascerete per alcuni mesi. Assaggiate le olive dopo circa tre/quattro mesi. Se non sono ancora pronte potete decidere di lasciarle ancora in dispensa così per qualche altro mese, oppure di cambiare la salamoia.

 

Una volta pronte potete consumarle così oppure decidere di condirle con olio EVO, un trito di prezzemolo fresco ed aglio, un pizzico di sale e peperoncino a piacere.

 

 

 

Un consiglio:

 

Se decidete di condire le vostre olive, una volta terminato il periodo in salamoia, potete inciderle per permettere all'olio di venire assorbito meglio. Ricordatevi che, mentre la preparazione in salamoia garantisce una lunga durata delle olive in dispensa, una volta condite con l'olio è bene conservarle in frigorifero e consumarle abbastanza in fretta.

 

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Una nuova torta allo yogurt

Inizia a fare fresco, è tempo di inserire la farina di grano saraceno nelle torte. Ecco allora la mia nuova torta allo yogurt, con grano saraceno e grano duro Cappelli. È perfetta per l'ora del tè! Eccovi la ricetta appena creata e... collaudata, per la gioia dei golosastri.

Ingredienti

-2 uova intere

-200g di farina integrale di grano duro Senatore Cappelli

-50g di farina di grano saraceno

-100g di zucchero integrale di canna

-100g di burro

-1 pizzico di sale per ogni uovo

-125g di yogurt intero naturale

-1 cucchiaio da minestra di miele di cardo

-la buccia di 1 arancia

-lievito naturale in polvere

-4 cucchiai da minestra di olio di mais

Preparazione

Imburrate ed infarinate una tortiera a forma di ciambella e portate il forno a 190°.

Nel frattempo unite le uova (cui avrete aggiunto un pizzico di sale per ciascun uovo) allo zucchero, mescolate energicamente fino ad ottenere una crema omogenea, quindi aggiungete il burro, che avrete precedentemente scaldato a bagnomaria,  lo yogurt e, continuando a mescolare, il miele. Setacciate le farine ed aggiungetele al composto insieme al lievito. Da ultimo unite l'olio fino ad ottenere un impasto lucido e versate la crema ottenuta nello stampo.

Lasciate cuocere i primi 10 minuti a 190°, quindi riducete il calore a 180° continuando la cottura per altri 20 minuti circa. Come sempre, le temperature possono variare leggermente da forno a forno, trattandosi di elettrodomestici ad uso casalingo e non professionale. Per essere sicuri che la torta sia cotta al punto giusto, verificate introducendovi uno stecchino di legno, che dovrà uscire pulito.

Ponete la torta a raffreddare su una gratella, quindi servitela.

Un consiglio

Questa torta è ottima per l'ora del tè. Vi consiglio tuttavia di abbinarle un tè leggero, ad esempio un bancha, per meglio assaporarne il gusto, che la differenzia dalle più comuni torte allo yogurt, grazie alla presenza del grano saraceno e del miele di cardo.

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Dolce dolce autunno con una nuova torta di mele

E' arrivato l'autunno, la stagione delle tisane, della cioccolata calda, del tè bollente (ah no, quello lo bevo tutto l'anno), delle copertine calde... Insomma eccovi l'apoteosi del comfort food: la torta di mele. Non c'è profumo migliore per rendere l'idea del "Home sweet home"! In famiglia adoriamo la torta di mele del Summerset, che non ci stanca mai e mangeremmo tutto l'anno. Questa volta però ho voluto creare una mia personale ricetta per questa torta di mele rustica nell'aspetto e deliziosa nel gusto. E' facilissima da preparare, quindi vi do subito la ricetta.

Ingredienti

-250g di farina tipo 0

-17g di lievito naturale in polvere

-3 uova piccole (io ho usato quelle della mia mini gallina ovaiola) o 2 medie

-100g di zucchero di canna integrale + un paio di cucchiai per la macerazione della mela e la guarnizione finale prima d'infornare

-100g di burro (io ho usato quello leggermente salato, se usate quello normale ricordatevi di aggiungere un pizzico di sale alle uova)

-1 mela succosa

-la scorza di 1 limone

-1 cucchiaino di succo di limone (i limoni del mio giardino sono molto saporiti, quindi ne basta davvero poco)

-2/3 cucchiai di olio di mais

Preparazione:

Per prima cosa impostate il forno a 190°,  imburrate ed infarinate una teglia rotonda e bassa del diametro di 20cm (quelle adatte alle crostate, per intenderci).

Tagliate la mela a fettine lasciando la buccia e mettetela in una ciotolina con il limone e un cucchiaio di zucchero. Mescolate e lasciatela da parte.

Prendete una ciotola comoda e unite le uova allo zucchero. Ottenuta una crema omogenea aggiungete il burro, che avrete fatto sciogliere a bagnomaria,  la scorza di limone e la farina setacciata. L'impasto vi risulterà poco morbido, quindi contunuando a mescolare aggiungete l'olio. Versate il tutto nella teglia che avete preparato e livellate prima di disporre gli spicchi di mela a spirale. Aggiungete l'ultimo cucchiaio di zucchero spolverandolo sopra ed infornate per circa 40' (regolatevi sempre in base al  vostro forno. Per verificare la cottura infilate uno stuzzicadenti nell'impasto, se ne uscirà pulito la vostra torta sarà cotta).

Un consiglio:

Servitela ancora tiepida accompagnata con un buon tè. Ad ogni modo è molto gustosa anche da fredda.

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Pastasciutta al pomodoro triplo

Oggi ero di corsa, ma non volevo rinunciare ad un primo gustoso e sfizioso, così ho inventato questo sugo e l'ho usato per condire tre porzioni abbondanti di pasta corta del tipo sedani rigati.

Ingredienti

Per il sugo (la dose della pasta decidetela voi in base alla fame, ad ogni modo questo è sufficiente per almeno 250/300g di pasta corta):

 

-3 pomodori tondi non troppo grandi, molto maturi

-3/4 cucchiai di passata di pomodoro

-1 pomodoro secco

-1 zucchina

-un filo di olio EVO

-1 spicchio d'aglio

-1 mazzetto di prezzemolo

-2 pezzetti di kuzu

-1 cucchiaino a persona di crusca d'avena

 

 

Preparazione

Mentre l'acqua per la pasta bolle, mettete sul fuoco una pentola con un buon fondo e versatevi un filo generoso d'olio EVO. Tagliate finemente il pomodoro secco, grossolanamente i pomodori freschi e la zucchina, preparate un trito d'aglio e prezzemolo. Aggiungete la passata di pomodoro all'olio messo in precedenza nella pentola, dopo aver acceso il fuoco versate in pentola il resto delle verdure, quindi mescolate, mettete il coperchio e fate cuocere a fuoco moderato. Quando la pasta sarà quasi cotta alzate il coperchio della pentola in cui avete messo a cuocere il sugo ed aggiungete il kuzu, sbriciolandolo con le mani. Spegnete poco dopo il fuoco e una volta scolata la pasta fatela saltare brevemente nel sugo, riaccendendo la fiamma. Impiattate, spolverate ciascun piatto con un cucchiaino di crusca d'avena e  aggiungete un filo d'olio EVO a crudo.

Curiosità

Vi stavate chiedendo che cos'è il kuzu? Eccovi la spiegazione. Il kuzu è un amido estratto dalla radice della Pueraria Lobata, usato tradizionalmente in cucina come addensante per minestre, sughi, dolci e budini. Oltre a ciò, ricordatevi del kuzu in caso di problemi intestinali che capitano all'arrivo della stagione fredda. Sciolto in acqua è infatti un ottimo rimedio ben noto ai macrobiotici.

Pranzo vegan con risotto

Oggi abbiamo voglia di cibo 100% vegano, 100% gustoso e sano! 😉😍😍 Un commento a caldo della mia biondina di 6 anni: " Mamma è delizioso il tofu così!"

Ingredienti

Per il risotto (dosi per 3/4 persone):

 

-2 bicchieri da vino colmi di riso

-4 bicchieri da vino colmi di acqua

-1 dado vegetale con alghe e spezie (senza lievito e soprattutto senza glutammato)

-6/7 funghi coltivati

-2/3 zucchine

-una spolverata di crusca d'avena

-un filo generoso d'olio EVO

-1 spicchio d'aglio

-1 ciuffetto di prezzemolo

 

Per il tofu:

-125g di tofu al naturale

-1/2 cucchiai di salsa di soia

-2 cucchiai di olio di mais

-1 cucchiaino di olio di cocco

-1 cucchiaio di cocco in scaglie

-1 cucchiaino di curry in polvere

- 1/2 cucchiai di acqua

 

Preparazione

Iniziate col lavare e mondare le verdure, quindi mettete un filo generoso d'olio EVO in una pentola, i funghi e le zucchine tagliati non troppo finemente, l'aglio e il prezzemolo tritati e fate rosolare piano a fuoco non troppo vivace. Quando le verdure iniziano a lasciare un po' d'acqua aggiungete il riso, sbriciolate il dado, mescolate facendo attenzione a non far attaccare nulla sul fondo, quindi aggiungete l'acqua e, una volta raggiunto il bollore, mettete il coperchio e lasciate cuocere a fuoco basso per il tempo di cottura del riso.

Quando mancano pochi minuti alla cottura del risotto sciacquate il tofu, tagliatelo a listarelle, fatelo saltare nel wok o in una padella con l'olio di mais, aggiungete la salsa di soia, quindi l'olio di cocco e il curry, mescolando con una paletta di legno per non far attaccare il tofu. Se serve aggiungete uno o due cucchiai d'acqua. Spegnete il fuoco e impiattate.

Nel frattempo il riso si sarà cotto e ora potrete impiattare anche il vostro risotto, cui darete un tocco finale con una spolverata di crusca d'avena.

Un consiglio

Preparate anche qualche verdura cruda, tra cui possibilmente non fate mancare delle carote. Servite dell'ottimo vino bianco, che questa volta non avrete usato in cottura, ma che si sposerà a meraviglia con il vostro risotto. Io ho scelto un Nuragus di Cagliari.

La savoiarda della nonna Mariucci

Oggi avevo voglia di un piatto della tradizione istriana... la savoiarda, come mi insegnò a prepararla mia nonna. Un piatto semplice ma non troppo, dove la differenza la fanno le materie prime d'ottima qualità, a partire dalle uova delle mie galline.

Ingredienti

Dosi per tre persone:

-1 uovo a testa

-2 cipolle bianche medio/grandi

-olio EVO q.b.

-un pizzico di sale per ciascun uovo

-600ml di brodo vegetale

-un pizzico di pepe a persona

-una spolverata di formaggio stagionato (io ho usato del pecorino sardo)

Preparazione

In una padella mettete a rosolare a fuoco basso la cipolla, tagliata sottile, con olio e sale. Quando raggiunge la giusta consistenza versate almeno due mestoli a persona di brodo vegetale, quindi adagiate delicatamente le uova in questo liquido, in modo da cuocerle "in camicia".

Nel frattempo ponete in ciascun piatto dei tocchetti di pane secco. Se non ve n'è avanzato nemmeno un po' potete ovviare all'inconveniente facendo tostare alcune fette di pane fresco, che poi andrete a spezzettare grossolanamente.

Versate con il mestolo in ciascun piatto un uovo e almeno due mestoli di brodo e cipolle. Completate con una spolverata di formaggio e un pizzico di pepe e servite caldissimo (meglio se in piatti caldi).

Con la forchetta rompete la "camicia" dell'uovo e gustate questo piatto della tradizione contadina, a metà tra il porn food ed il comfort food.

Un consiglio

Se cuocerete bene le cipolle otterrete un gusto intenso ma al tempo stesso dolce al palato, che ben si sposa con un'ottima birra di montagna come la Bière blanche Alphand.

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All'anima degli spaghetti con le arselle!

Ieri sera ho cucinato un classico della cucina mediterranea, sarda in particolare, leggermente rivisitato o meglio arricchito a mio personalissimo gusto. Solo ingredienti di ottima qualità e cura dei dettagli. Provate la mia versione e ditemi che ne pensate! ;-)

Ingredienti

Dosi per tre persone affamate:

-300g di spaghetti di grano duro Senatore Cappelli

-1kg di arselle

-una manciata di Salicornia (alga conosciuta anche col nome di asparagi di mare)

-un ciuffetto di prezzemolo fresco

-uno spicchio d'aglio

-olio EVO q.b.

-almeno una bottiglia di Barley BB7

-qualche cucchiaino di bottarga di muggine (solo per guarnire, solo per i più golosi)

Preparazione

Dopo aver fatto "spurgare" le arselle in abbondante acqua salata, cambiata assai spesso, per almeno un giorno dall'acquisto delle stesse, ponetele in una capiente pentola e mettetele sul fuoco, coperte, per alcuni minuti, fino a quando non si apriranno rilasciando un po' d'acqua sul fondo della pentola.

Nel frattempo, in una padella ponete a soffriggere delicatamente, in una dose generosa d'olio EVO, un trito di aglio e prezzemolo, avendo cura di spegnere il fuoco prima che l'aglio possa imbiondirsi eccessivamente.

Scolate la salicornia (dopo averla ben lavata e mondata delle parti centrali più legnose), che avrete messo a sbollentare per 4/5 minuti in acqua non salata, quindi tagliatela abbastanza finemente con un coltello per le verdure.

Fate cuocere la pasta in abbondante acqua salata.

Una volta pronte le arselle, con una schiumarola trasferitele nella padella, riaccendete il fuoco, mescolatele con la salicornia, fate sfumare con una spruzzata di Barley BB7. Una volta pronta la pasta fatela saltare brevemente nella padella e impiattate. Servite subito!

Se lo gradite, aggiungete una spolverata di bottarga di muggine.

Un consiglio

 

 

 

Brindate con la Barley BB7 già usata in cottura, ben si sposerà ai sapori sapidi di questo piatto che racchiude in sè una delle essenze della cucina del Mediterraneo.

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Biscotti del buonumore

Lo so, è ferragosto e fa caldo. Forse dovrei essere in spiaggia, ma era da tempo che la biondina mi chiedeva di sfornare nuovi biscotti e così... Oggi ho inventato questi! E mentre aspetto che si raffreddino, cercando di salvarli dalle grinfie dei golosastri, altri biscottini, all'uvetta, come piacciono alla biondina, stanno cuocendo in forno. 😋

Ingredienti

Dose per 16/18 biscotti:

-70g di anacardi

-150g di zucchero di canna integrale biologico

-125g di burro

-100g di farina di cocco

-2 albumi

-1 cucchiaino di olio di cocco

-1 cucchiaio di marmellata ai frutti di bosco

-1 cucchiaio di cocco in scaglie

Preparazione

Lasciate ammorbidire il burro (in questi giorni non dovrete aspettare molto, visto il caldo!), quindi aggiungete lo zucchero ed amalgamate bene, fino ad ottenere una crema. Unite gli albumi, la farina e gli anacardi pestati a mortaio. Da ultimo aggiungete l'olio di cocco, quindi formate delle palline con il composto ottenuto e disponetele su una teglia, dopo averla rivestita con un foglio di carta da forno. Ponete in forno preriscaldato a 180° per 15', quindi sfornateli e ponete i dolcini a raffreddare su una griglia. Mentre ancora si stanno raffreddando spalmate un po' di marmellata sulla parte superiore dei dolcetti e fatevi cadere una leggera pioggia di scagliette di cocco, che si fisseranno subito alla marmellata, rendendo ancora più invitanti e gustosi i vostri dolcetti. Una volta raffreddati completamente, toglieteli dalla griglia e serviteli come accompagnamento ad un delicato tè.

Un consiglio

Dal momento che per questi dolcini è sufficiente usare due albumi, potrete usare i tuorli delle uova per preparare dei deliziosi biscottini all'uvetta, che renderanno ancora più golosa la vostra ora del tè.

A Wuxi si mangia italiano... Molto Bene!

 Il mese scorso, di ritorno da tre giorni di meraviglie culinarie gustate a Taizhou, che al solo pensiero mi viene un'immediata e intensa nostalgia di cibo cinese, ho trascorso qualche giorno a Wuxi. Per capirci, sono entrambe città della provincia dello Jiangsu, la prima nel 2010 contava "solo" poco meno di cinque milioni di abitanti, mentre la seconda ha ormai superato i sei milioni di abitanti del 2010.

Wuxi, così vicina a Shanghai non solo geograficamente, ma anche "emotivamente", nel senso che si percepisce uno slancio volitivo fortissimo a trasformarsi assai rapidamente in una città dal respiro internazionale come la vicina metropoli, pur possedendo ancora molte caratteristiche che svelano la sua recentissima ascesa nel novero delle città di prima fascia, ha chiari segni che ne fanno intravedere le ulteriori potenzialità di crescita e sviluppo, possibili con i sconvolgentemente rapidi tempi cinesi.

In questo luogo così proteso verso l'occidente e gli occidentali, ma con presenze straniere inferiori rispetto ai numeri di Shanghai, in una zona che è tipicamente dedicata agli stranieri e alle loro cucine, assai riconoscibile perchè presenta caratteristiche simili, anche dal punto di vista architettonico, a zone così strutturate visibili a Nanjing come a Shanghai, c'è un locale italiano dal nome benaugurante: Molto Bene.

 Già dal nome si capisce che il locale ruota attorno al suo gestore, Massimiliano Pintus, per tutti Max, che nel suo intercalare usa spesso questa espressione, anche come monito a non perdere la positività che lo caratterizza. Originario di Iglesias, cittadina del Sulcis iglesiente, in Sardegna, da cui manca da vent'anni, da cinque anni Max si è trasferito in Cina. Gestisce il Molto Bene dallo scorso novembre, dopo essersi distinto nell'ambiente ristorativo ed aver conquistato la clientela di Wuxi, con cui ha molto legato fin da subito. Non a caso i soci proprietari del locale, Mr. Yishu e Mr. Jason, sono stati suoi affezionati clienti fin dal suo primo arrivo a Wuxi.

Che cosa rende il Molto Bene diverso e migliore di alcuni ristoranti italiani che ho visto in Cina? Sicuramente la cura dei dettagli, dalla scelta delle materie prime di qualità, all'impegno nella formazione del personale (con alcuni elementi dello staff Max collabora da diverso tempo ed ha creato un ottimo clima di squadra), alla disponibilità verso i clienti, con un'affabilità mai stucchevole che fa sentire accolti e anche un po' piacevolmente "coccolati", alla voglia di migliorare, che lo porta a mettersi in discussione e a non smettere mai di voler imparare cose nuove.

I piatti del Molto Bene rappresentano l'idea del comfort food per gli stranieri residenti a Wuxi, gli italiani in primis, ma attraverso la divulgazione appassionata che Max fa della cucina italiana e delle sue caratteristiche, meno note ai clienti cinesi, il Molto Bene è apprezzato anche da una nutrita clientela autoctona.

 Tutto questo lo può percepire chiunque entri nel suo locale, si sieda ad uno dei tavoli, scelga del buon vino italiano con cui accompagnare una pizza fatta come si deve (chi ha mangiato pizza all'estero può capire quanto ciò non sia scontato), o un piatto di spaghetti al pomodoro, consolatoria certezza per molti expats nostalgici e stuzzicante novità per neofiti avventori cinesi. I golosi troveranno persino il gelato (niente di confezionato, lo producono loro fresco, quindi alcuni gusti, specie quelli con la frutta, variano a seconda della stagione).

E di sottofondo... sempre musica italiana! Qualche sera persino dal vivo, come quando il trio di Favata (con Salvatore Maiore, contrabbasso e Marcello Peghin, chitarra) è passato durante una tournèe in Cina, o quando anch'io e il pianista con cui formo il duo Sonus, di ritorno da una masterclass ed un concerto a Taizhou, prima di un altro concerto all'auditorium del Grand Teather di Wuxi, abbiamo passato qui piacevoli momenti, avvicinando il pubblico alla musica italiana, ottenendo persino istanti di rapito silenzio da clienti cinesi, affascinati dalla novità, e da qualche italiano un po' nostalgico.

In queste foto, da sinistra: il trio di Favata  in concerto a Beijing, il duo Sonus in concerto a Wuxi.


Max non si ferma alla diffusione della ricchezza enogastronomica italiana, ma è orgoglioso di promuovere anche la cultura italiana in Cina, ad esempio incoraggiando l'esibizione di artisti italiani, o promuovendo le attività del circolo culturale Antonio De Curtis, da poco fondato, che ha sede proprio al secondo piano del Molto Bene e sta suscitando vivo interesse anche presso il Consolato Italiano. Mosso dalla passione e dalla volontà di fare, con ritmi, orari e tensioni non indiffrenti da gestire, Max prosegue la sua personale avventura in Cina sorridendo alla vita, che da espatriato non è mai semplice, giorno dopo giorno, con la capacità di prendersi anche dei fugaci momenti di pausa in cui poter osservare quanto fatto fin lì e ripartire, ogni volta, grato a se stesso di quanto è riuscito a fare e consapevole di dove vuole arrivare.
Un consiglio? Tenete d'occhio Max... a breve vi sorprenderà ancora con nuove iniziative scaturite dalla sua creatività inarrestabile.

In queste foto da sinistra a destra: Max (Massimiliano Pintus) all'incontro del Console Generale italiano Stefano Beltrame con il Sindaco di Wuxi, Wang Quan, per promuovere l'Italia anche nelle città di secondo livello; con Mr. Yishu, socio di maggioranza del Molto Bene; con il Console aggiunto (italian economic consul) Ludovica Murazzani; con il Console Generale Stefano Beltrame.

Gattarancio, dove accoglienza e professionalità vengono supportati dal gusto del bere e mangiar bene

Ieri sera, dopo essere stata a vedere Un ballo in maschera al teatro lirico di Cagliari, ho deciso di andare al Gattarancio. Era un po' che vedevo interessanti foto sui social e nutrivo la curiosità di andare a verificare di persona quello che si preannunciava già virtualmente assai piacevole come luogo e situazione. Che poi... dopo l'opera riuscire a scovare un locale accogliente adatto anche ad una bimba di sei anni non è così scontato! Beh... io l'ho trovato.

Accolti fin da subito dal sorriso del personale, le luci e l'arredo studiato ad hoc, il profumo di cose buone, ed una musica che amalgama ottimamente questo mix di soddisfazioni sensoriali ed emotive, siamo saliti nella parte alta del locale. Al piano terra infatti è presente solo un bancone, ma non troppo vicino all'ingresso, in modo da creare già da lì un'atmosfera raccolta, che con le luci calde e la professionalità dello staff assume l'aspetto di un'accogliente e luminosa tana nella notte cagliaritana.

Birre prodotte dal birrificio, birre del territorio, birre d'oltre frontiera. Se siete appassionati come me, qui inizierete a sorridere sornioni già leggendo il menù. Lo sguardo del "gattone" simbolo del locale rende l'idea di come mi sono sentita ieri sera. Oltre alle birre, poi,  la selezione di alcolici è assai rassicurante. Con queste ottime premesse abbiamo iniziato ad ordinare. La qualità delle materie prime è tale che avrete bisogno di mettere un limite alla vostra gola, a meno di non voler restare alcune ore a godere dei piatti che vi potrete sbizzarrire ad abbinare con varie tipologie di birre, sia alla spina che in bottiglia.

Se poi ne trovate alcune che vi piacerebbe continuare a sorseggiare a casa, avete un'ampia scelta. Io non ho potuto fare a meno di portarmi via una Barley 30° anniversario, prodotta appositamente per festeggiare i 30 anni della birroteca Al merlo parlante, che avevo da tempo la curiosità di assaggiare. 

Un plauso va all'eccellente "maître" (cameriere suona riduttivo in questo caso) Alessandro, che ci ha saputo consigliare e accompagnare per tutta la durata della nostra visita. Sì, perchè la sensazione è quella di entrare a casa di amici a bere e mangiare qualcosa di buono, apprezzando insieme le qualità di quanto offerto. Sarei voluta andare a parlare con il birraio per farmi raccontare la storia del locale e del birrificio, ma poi impegni vari mi hanno fatto rimandare l'incontro. Ieri sera ne sono stata contenta, perchè sono entrata come una cliente qualsiasi e ho potuto apprezzare l'accoglienza di questo locale che raccomando a tutti. Poi magari, appena ho un momento libero vado anche a conoscere il birraio per scrivere un altro articolo.

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Intrecci di vita e di suoni

La vita è un intreccio di suoni, passioni, emozioni e il teatro è un luogo magico dove viverli. Con questo concerto l'Ente Concerti Città di Iglesias inizia la rassegna Intrecci, un percorso musicale in cui il M°Gianluca Erriu e il soprano Ilaria Fioranti guideranno il pubblico attraverso i brani più emozionanti della tradizione operistica, intrecciati con capolavori della musica per pianoforte. Immersi nella magica atmosfera del Teatro Electra verrete portati in uno spazio senza tempo, cullati dalla musica immortale dei grandi autori del passato.

La passione per la musica e il desiderio di avvicinare anche un pubblico più giovane ad un genere considerato troppo spesso per soli melomani accomuna i due artisti, che collaborano anche nell'International Opera Academy, per la quale hanno scelto come sede il medesimo teatro, desiderando offrire agli studenti un'immersione totale nell'ambiente in cui si vive la musica, dando l'opportunità di calcare le scene e di vivere la magia del teatro fin da subito agli studenti più promettenti. Oltre ai corsi dell'accademia sono in programma concorsi e Masterclass di canto lirico e pianoforte. 

Vivendo nell'ambiente raccolto e ricco di storia della cittadina di Iglesias, gli studenti dell'accademia avranno l'opportunità di scoprire le bellezze artistiche, culturali, nonchè i meravigliosi paesaggi marini di questo angolo di Sardegna.

Nei momenti di relax potranno inoltre sperimentare le variegate offerte enogastronomiche del territorio, che vanta una tradizione ricca di gusto e di storia.

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La pinza, il dolce di Pasqua di mia bisnonna

Oggi la mia cucina profumava d'infanzia, la mia infanzia. Sono riaffiorati profumi e ricordi lontani, quando imparavo a dosare farina, uova e zucchero sotto la paziente guida di mia bisnonna. La pinza (pron. pinsa) è un dolce tipico pasquale, che in Istria si preparava il sabato precedente la Pasqua per farlo benedire il giorno dopo, durante la messa, e mangiarlo quindi a conclusione della Quaresima. In realtà, prima delle influenze cristiane, questo era un dolce che veniva preparato per celebrare l'equinozio di primavera. Appartenente alla tradizione contadina, la pinza è fatta con ingredienti semplici e genuini.

ingredienti

Versione base:                                                                                             Versione per soli adulti:     

20g lievito di birra fresco                                                                          - tutti gli ingredienti della  versione base

1 cucchiaio di zucchero semolato per far rinvenire il lievito          -50g di uvetta

200ml di latte crudo di capra                                                                   -3/4 cucchiai di rum

500g di farina di grano biologica tipo O

1 cucchiaino di sale                                                                                     Versione pupa:

75g di burro                                                                                                   - tutti gli ingredienti della  versione base

3 tuorli d'uovo                                                                                               -1 uovo sodo

1 uovo intero per spennellare

75g di zucchero semolato

1/2 cucchiaino di vaniglia Bourbon in polvere

scorza grattugiata di 1 limone

preparazione

Sciogliete il lievito nel latte tiepido con un cucchiaio di zucchero. Lasciate il composto al caldo fino a che compaiono delle bollicine.

In una ciotola capiente mettete la farina e il sale, quindi aggiungete il lievito unito al latte, il burro (fatto fondere a bagnomaria), i tuorli d'uovo, il rimanente zucchero, la vaniglia e la scorza di limone. Mescolate fino a che l'impasto non si stacca dal cucchiaio di legno e assume un aspetto liscio ed elastico. Formate una palla e mettetela a lievitare per due ore

in un posto caldo (io uso il forno con la sola luce accesa, in modo da avere un posto con circa 30° e senza correnti d'aria) in una ciotola unta d'olio, coprendola con un canovaccio.

Trascorso il tempo, dividete la pasta in due parti e create due pagnottelle. Mettetele su una teglia foderata con carta da forno e spennellatele con l'uovo sbattuto. Lasciatele lievitare un'ora, spennellate di nuovo con l'uovo e lasciate di nuovo a lievitare per un'altra ora.

Portate il forno a 180°, passate un'ultima spennellata, quindi incidete i due pani con la punta di un coltello affilato in modo da formare una croce , infornate e cuocete per 25-30 minuti, fino a che non compare una bella doratura.

un consiglio

Alcune versioni di questa ricetta prevedono l'aggiunta di uvetta (50g) lasciata ammorbidire in 2/3 cucchiai di rum. Se decidete di inserirli procedete come indicato sopra, quindi unite l'uvetta al composto ottenuto e procedete poi nel medesimo modo con le fasi successive.

la pupa

E' uso preparare, con il medesimo impasto della pinza (nella versione senza uvetta) una particolare versione di questa focaccia dolce che è costituita da un intreccio di impasto attorno ad un uovo sodo, a mo' di bambolina, da cui il nome (pupa significa infatti bambola), da regalare ai più piccini.

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Arjanas: la tradizione come ricerca di sé.

Il laboratorio di Arianna si trova nell'antico borgo di Tratalias, alla fine di una viuzza lastricata, che dalla piazza della chiesa porta verso i campi. Man mano che ci si avvicina alla sua porta ci si inoltra in un'atmosfera fori dal tempo, e una volta varcata la soglia ci si immerge nel regno di questa giovane donna dall'anima antica. Come una janas questa graziosa ragazza dai modi gentili, è intenta al suo telaio. Assai riservata, pur nel suo aprirsi al mondo nel diffondere quanto appreso sulla lavorazione del lino, a partire dalla coltivazione (a cui provvede lei stessa) fino alla filatura manuale, che svolge con un fuso in legno, l'eventuale tintura (con erbe tintorie da lei stessa raccolte), la tessitura, da lei effettuata con attrezzature tradizionali che ha ricostruito seguendo studi approfonditi della storia e tradizione dei suoi avi, Arianna fa cantare il suo telaio in cui si fonde, creando un tutt'uno col suo strumento.

Le janas sono creature della tradizione feerica sarda, saggi esseri fatati difensori di tesori e di saperi. Allo stesso modo delle janas questa giovane donna mantiene vivi con il suo amore per la tradizione e per il sacro legame del femminile alla terra, antichi gesti e saperi che la portano a creare un filo che l'unisce a tutte le donne che sono vissute prima di lei. Seguendo questo filo si è inoltrata nel cammino della riscoperta delle sue origini, che l'ha portata ad espandere ulteriormente il suo amore per la terra, su cui si muove con sommo rispetto. Questo percorso introspettivo assai profondo traspare inevitabilmente nelle sue creazioni, in cui simbologie antiche del femminile arricchiscono opere artistiche che profumano delle sue corse nei campi di asfodeli o recano il segno delle sue avventure nell'orto con cestino e coltellino a misura di bimba, fondendo nell'ordito ricordi d'infanzia ad archetipi immutabili catturati nella trama. Non ci si può limitare a vederla come un'artista, perchè il suo sforzo creativo nasce prima di tutto da una ricerca di sè, che svolge nella sua tela, in cui tesse parti della sua anima, che poi espone nelle sue creazioni. Alcune di esse sono in vendita, per la gioia dei suoi estimatori provenienti da tutto il mondo.

Alcune creazioni Arjanas sono state scelte da un'artista giapponese, Nanako Hiraki, che le ha poi anche esposte in una mostra da lei organizzata in Giappone per far conoscere l'eccellenza della tradizione sarda. Per meglio comprendere la particolarità dei pezzi, Nanako ha trascorso del tempo insieme ad Arianna, cimentandosi anche in alcune fasi della preparazione dell'ordito, vivendo l'esperienza di un'antica danza tra i fili, che solo anime affini riescono a creare all'unisono. L'intesa che è nata tra le due donne trova il suo simbolo visibile in un sacchetto, usato nella tradizione giapponese per contenere il riso da offrire al tempio come buon auspicio per le spose, realizzato dalla nonna di Nanako utilizzando un tessuto creato da Arianna, che Nanako stessa ha poi riportato in dono all'amica quando è tornata pochi mesi fa a farle visita. 

L'intimità che si respira nel laboratorio di Arianna è tale da indurre a mantenere un atteggiamento di sacro rispetto. I suoi arazzi recano segni di antichi saperi trasmessi e portano l'osservatore attento a rivivere, attraverso la sua arte, archetipi del femminile più sacro. Come una vestale, Arianna tesse per tenere viva la fiamma del potere del femminile, che non ha bisogno di strepito o violenza, ma scorre lieve, come le sue mani tra i fili del telaio.

Il suo telaio può essere una struttura di legno massiccio, ricostruita con cura e attenzione alla tradizione sarda, oppure un semplice intreccio di fili e ramoscelli trovati sull'erba dei prati, come quando  un gruppo di tessitrici canadesi sono andate a trovarla e lei le ha portate a tessere insieme, come sorelle,  su uno dei prati in cui ama rifugiarsi per ritrovare il contatto con la natura.

La sua è una storia d'amore tra le più belle. Ogni sua creazione ne reca un pezzetto. Chi ha la gioia d'avere un manufatto Arjanas, di leggere la storia che l'accompagna, possiede la chiave per poter entrare nella profondità del cuore. Un viaggio alla riscoperta di sè.

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Torta soffice al cocco e kefir: tea time in stile Fata Saggina

Oggi avevo graditi ospiti e allora mi sono inventata questa torta soffice e golosa. Gli ingredienti li ho scelti pensando a ciò che avrebbero voluto trovare nella torta i miei due golosoni, ma a quanto pare hanno gradito anche gli ospiti! ;-)

Ingredienti:

-200g di farina tipo 0

-50g di farina semintegrale

-100g di zucchero semolato

-50g di zucchero integrale di canna

-100g di burro

-1 bicchiere da vino di kefir di latte (questa volta ho usato il latte crudo di mucca per il io kefir, non quello

  crudo di capra, come al solito, e il sapore risulta un po' più delicato)

-4 uova (io ho la fortuna di poter usare quelle delle mie galline, voi sceglietele almeno biologiche!)

-1/2 cucchiaino da caffè di polvere di vaniglia Bourbon

-2 cucchiai di cocco in scaglie

-2 cucchiai di uvetta

-1 bustina di lievito naturale in polvere

-3/4 cucchiai di marmellata ai frutti di bosco

-1 cucchiaio d'acqua

Preparazione:

Non fatevi spaventare dalla lista degli ingredienti, perchè la preparazione di questa torta è abbastanza rapida. Iniziate con il mescolare uova e zucchero vigorosamente fino ad ottenere una crema spumosa, quindi unite il burro (fuso a bagnomaria e lasciato raffreddare), la vaniglia, il cocco ed il kefir in cui avrete messo ad ammorbidire l'uvetta. Sempre mescolando unite le due farine setacciate al momento e il lievito. Versate il composto ottenuto in una teglia di 20cm di diametro precedentemente imburrata ed infarinata ed infornate a forno preriscaldato a 180° per 50'. Come sempre, questo tempo può variare leggermente in base al vostro forno, per assicurarvi che la torta sia cotta al punto giusto verificate con l'aiuto di uno stuzzicadenti che, inserito all'interno, deve fuoriuscirne pulito.

Ponete la torta a raffreddare su una gratella per dolci. Una volta fredda effettuate due tagli in senso orizzontale in modo da ottenere tre cerchi di torta. Conservate quello più piatto per la parte più alta della torta e procedete con la farcitura partendo da quello inferiore e spalmando circa due terzi della marmellata. Ricomponete la torta e sulla parte superiore, aiutandovi con un pennello, spalmate la restante marmellata, che avrete fatto sciogliere a fuoco bassissimo insieme all'acqua, sulla parte superiore della torta e sui lati. Ricoprite tutta la torta di cocco e servite.

 

Un consiglio:

Se la torta è destinata ad un pubblico adulto, potete decidere di ammorbidire l'uvetta nel rhum, anzichè nel kefir.

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Marco Vigo: la potenza evocativa del tratto e l'evanescenza onirica.

 

Se molta della produzione di Marco Vigo è chiaramente identificabile come appartenente allo stile informale, di matrice prettamente europea, alquanto distante dalle sperimentazioni d'oltre oceano, una parte più onirica delle sue creazioni presenta un'interessante commistione tra il tratto puramente gestuale, in cui il colore è predominante sulla forma, e un figurativo alquanto dissolto dove corpi o volti in parte accennati arrivano comunque all'osservatore come espressioni emotive dell'artista.

 

 

Ogni dipinto reca in sè uno studio minuzioso dell'uso del colore e della luce che rende possibile notare una ripetitività del gesto, quasi impensabile per un genere come questo.

 

Fortemente influenzato dal paesaggio che lo circonda e di cui ama nutrirsi durante le sue passeggiate col cane, Marco imprime sulla tela, con potenza espressiva commovente, i suoi paesaggi dell'anima. L'accecante luminosità contrapposta a zone buie e dalla profondità ben evidente, il movimento, il richiamo all'acqua, al vento, alle rocce e alla luce accecante dell'isola di Sant'Antioco, nel sud ovest della Sardegna, e in particolare delle scogliere di Calasetta, sono reinterpretazioni di forme che trovano nuova espressione sulle sue tele. Difficile restare indifferenti alla potenza del gesto, che con l'uso dell'olio crea opere che mostrano il rispetto per la pittura d'autore e per le radici della più antica tradizione pittorica italiana ed europea, cui inevitabilmente si è portati a far riferimento osservando queste opere.

 

 

Non c'è da stupirsi se all' Art gallery 37 di Torino, in occasione di una sua mostra personale dal titolo "L'informale contemporaneo", a cura di Roberto Borra, sia stato possibile creare un connubio tra pittura e poesia, accostando alcuni suoi dipinti a poesie aventi per ispirazione i dipinti medesimi. Una poetessa in particolare, Gabriella Montanari, trovo abbia colto la particolarità dello stile di Marco definendo il suo lavoro "un narrare evocativo anzichè rappresentativo, ma è pur sempre un narrare la storia, la tradizione, l'epica, attraverso sferzate, incendi, glaciazioni, tzunami, scrosci, fenditure, accavallamenti, schiaffi, riflessi, visioni, apparizioni, scatti".

 

Durante l'esposizione alla gallery è stata anche organizzata una serata con l'autore, in cui Marco ha potuto incontrare il pubblico interagendo con esso. Grande soddisfazione è stata per lui notare l'entusiasmo di alcuni giovani studenti dell'accademia di belle arti di Torino, che gli ponevano molte domande sulla realizzazione dei suoi dipinti. Fondamentale una risposta di Marco circa la fase di realizzazione delle sue opere, che nascono senza uno studio preliminare, dal momento che l'autore esprime le sue emozioni sulla tela poco per volta, osservando ciò che produce e continuando nella creazione e nel perfezionamento del tratto, fino a quando ritiene d'aver raggiunto una completezza a lui soddisfacente.

 

 

Io amo molto osservare gli studi iniziali degli artisti che più mi hanno affascinato. Avere la possibilità di vedere le fasi di realizzazione di un'opera, a mio parere dice moltissimo sull'opera in sè, rendendola ancora più fruibile e interiorizzabile, ma molto dice anche sull'autore della stessa, avvicinandolo così maggiormente al pubblico. Ho avuto la fortuna di vedere alcune delle creazioni di Marco in varie fasi creative e spesso mi è stato difficile "abbandonare" lo studio iniziale per l'opera conclusa, che a volte avrei voluto quasi si sdoppiasse, anzichè evolvere in quella che sarebbe poi diventata la sua forma finale.

 

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Filippo Mundula: un Oste 2 .0.

L'osteria, per come la vivo io, è un mondo a parte, dove poter entrare per una vera pausa. Se come me avete l'idea romantica dell'oste che sa consigliarvi sul bere e indovina i vostri gusti abbinando il giusto "stuzzichino", se quando mangiate amate poter scegliere un calice di vino per ciascun piatto, potrete capire la mia gioia nello scoprire l'Oyster. L'ambiente ricorda un bistrot, con riferimenti e scelte stilistiche raffinate e insieme easy style. L'Oste (il maiuscolo è d'obbligo!) Filippo Mundula usa la sua competenza di sommelier e di chef per regalarvi un'esperienza appagante. Una carta dei vini al bicchiere che commuove per il numero di etichette inserite e la varietà dell'offerta vi forniranno il primo spunto, ma Filippo potrà consigliarvi su altri vini presenti all'Oyster, da lui vagliati dopo un'attenta selezione, che l'ha portato a visitare la quasi totalità delle cantine rappresentate in osteria.

 

La sua passione nel descrivere ciascun vino, unita alla sapienza in cucina vi faranno dimenticare certi aperitivi standardizzati con bicchieri riempiti di ghiaccio e liquidi colorati. Niente chips e noccioline! Oltre ai classici crudi di mare e di terra potrete trovare piatti sfiziosi che affondano le radici nella tradizione italiana, rivisitata in chiave moderna, ma tassativamente non fusion. La cucina però non è il cardine dell'Oyster. La cantina resta la protagonista, con la sua ampia e ragionata scelta. I piatti sono solo un degno accompagnamento. Si può entrare per un aperitivo veloce e poi, travolti dal gusto, finire per pranzare o cenare a forza di piatti stuzzicanti presenti nel menù del giorno, oppure si può decidere di continuare la passeggiata nel centro di Cagliari e tornare magari per un dopo pranzo o un dopo cena.

Per gli amanti della cucina tradizionale il passaggio al Ristorante Italia, del cui locale l'Oyster fa parte, è rapido e assai pratico, poichè basta salire una scala. Non commettete però l'errore di accomunare le due parti! Mentre in osteria il menù è studiato per esaltare i vini, al ristorante sono i piatti ad essere al centro e la scelta dei vini comprende una maggioranza di etichette italiane e sarde in particolare. Ciò non esclude che in alcuni casi, come per l'evento Uva a tutta birra svoltosi recentemente, in cui sono state presentate alcune birre Barley, che hanno un loro spazio in osteria, alcuni piatti del ristorante possano venire serviti in abbinamento a qualche vino (o in questo caso a qualche birra, come è avvenuto con il salmone marinato e la BB Boom).

Raccolta e con piccoli tavolini l'osteria, che si sviluppa attorno alle bottiglie esposte in bella mostra, più ampio, con sale accoglienti, in cui tavoli di varie dimensioni (tra cui alcuni uniti a formare ampie tavolate) sono apparecchiati con un gusto raffinato mai eccessivo, richiami alla tradizione contadina e marinara negli arredi il ristorante.

La decisione di creare uno spazio ben definito e differente rispetto al Ristorante Italia, l'Oyster appunto, nasce dall'esperienza di Filippo, maturata lontano da casa, che gli ha fatto sentire viva l'esigenza di creare uno spazio in cui poter offrire ai clienti, oltre all'esposizione di bottiglie acquistabili, la possibilità di bere anche solo un aperitivo "spizzicando" qualcosa, a partire dalle ostriche, come nelle huîtreries d'oltralpe, in un ambiente più informale, senza sentirsi in soggezione nell'ordinare anche un solo piatto, come a volte accade ad alcuni di noi entrando in un ristorante. Il rapporto qualità prezzo rende fruibile a molti una proposta di altissimo livello. Filippo svolge al meglio il suo ruolo di divulgatore appassionato dei vini che ha assaggiato personalmente e la cui storia si è fatto narrare da chi li ha prodotti, dando l'opportunità a chi si affida alla sua competenza di apprendere gustando. Nell'era dei social e della tecnologia capita persino che gli affezionati avventori, nelle occasioni in cui non trovano Filippo a Cagliari, gli chiedano consigli, una volta giunti all'Oyster, su cosa bere e che cosa abbinare come piatti, via facebook o WhatsApp, facendo di lui un vero e proprio Oste 2.0.

Che la passione per il bere e il mangiare di qualità sia sempre viva in osti entusiasti come Filippo è l'augurio che faccio a lui e anche a chi, come me, ancora sente la necessità di luoghi come l'Oyster in cui la tradizione enogastronomica coinvolge i sensi e l'anima.

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Dolce al limone di Vito

Quando la biondina vuole un bis di una mia torta sa essere molto convincente! Ecco quindi che qualche giorno fa mi sono ritrovata a rifare il dolce al limone di Vito. Ebbi questa ricetta da un ragazzo molto simpatico conosciuto anni fa. Ho rifatto molte volte questo dolce, specialmente in occasione di pranzi o cene con gli amici e ha sempre riscontrato molto successo tra i commensali. Ora che ho a disposizione limoni succosi che posso raccogliere direttamente dal mio albero questo dolce riesce anche più buono!

Ingredienti:

-350g di farina (come sempre io non uso la 00, quindi scelgo una farina 0 la farina di farro)

-300g di zucchero (in questo caso consiglio di usare lo zucchero semolato per una resa ottimale)

-250g di burro

-1 bustina di lievito naturale

-1 cucchiaino di polvere di vaniglia Bourbon (la ricetta originale richiedeva lo zucchero vanigliato, ma io ho preferito apportare questa modifica)

-6 uova

-la buccia grattugiata di 3 limoni (ovviamente se non avete la fortuna di avere piante di limoni in giardino, scegliete almeno limoni biologici)

-5 cucchiai di succo di limone

 

Per la glassa:

-4 cucchiai di succo e polpa di limone

-200g di zucchero a velo

Preparazione:

Amo preparare questa torta, perchè non necessitando di preriscaldare il forno, può essere un modo per portare il forno a temperatura prima d'infornare una torta successiva, in questo modo farete velocemente due torte in metà tempo! La preparazione di questo dolce, poi, è assai semplice e abbastanza rapida.

Sbattete le uova intere con lo zucchero, unite il burro sciolto a bagnomaria, la polvere di vaniglia, la buccia e il succo di limone, da ultimo la farina e il lievito (ovviamente continuate a mescolare mentre versate gli ingredienti).

Versate il composto ottenuto in una teglia bassa. Potreste usare la leccarda presente nel vostro forno, ricoprendola di carta da forno, oppure un'altra teglia, purchè bassa.

Fate cuocere in forno (non preriscaldato) a 180° per una ventina di minuti. Potrete verificare la cottura inserendo uno stuzzicadenti. Se ne uscirà asciutto la torta sarà pronta.

Preparate la glassa unendo a freddo gli ingredienti e spalmatela sulla torta ancora calda, quindi ponete il dolce a raffreddare su una gratella prima di servirlo.

Un consiglio:

Se desiderate una glassa più spessa e opaca, che vi dia una sensazione di "frizzante" in bocca, attenetevi alla dose di 4 cucchiai di succo e polpa di limone, come scritto sopra. Se invece preferite un effetto lucido, come nel caso della foto, e un gusto più "morbido", allora aumentate la dose del succo e polpa di limone a 5/6 cucchiai.

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Galletto ruspante alle mandorle in stile arabo per il mio "battesimo" della Barley BB6

Per il mio personale "battesimo" alla neonata Barley BB6 volevo preparare qualcosa di speciale cui abbinare la birra, così, dopo averla assaggiata, ho deciso di cimentarmi con questa mia versione di galletto in stile arabo, scegliendo uno dei miei migliori esemplari di Amrock. Il risultato è stato al di sopra di ogni più rosea aspettativa, grazie alla qualità eccellente delle materie prime, a partire dal gallo, allevato in quasi totale libertà e sacrificato con l'attenzione posta sul far sì che avesse a soffrire il meno possibile. La giovane BB6 ha dunque trovato il degno accompagnamento alla sua fresca schiuma, per la gioia dei commensali.

Ingredienti:

-1 galletto ruspante di 7/8 mesi (il mio pesava kg 2,596)

-1 mazzetto di prezzemolo fresco

-3 cipolle bianche

-1 spicchio d'aglio

-1 cm di zenzero fresco grattugiato

-1 presa di sale

-1 filo d'olio EVO

-un cucchiaino abbondante di miscela di spezie tritate (la mia contiene: coriandolo, cumino, curcumina, zenzero, pepe, finocchio, cumino nero, noce moscata, pepe a cubetti, agnocasto, cardamomo, cannella, foglia di alloro, chiodi di garofano)

-acqua

-150g di mandorle sgusciate

Preparazione:

Dopo aver lavato e asciugato il gallo, tagliatelo a pezzi e scottatelo velocemente in padella con un filo d'olio. Spostate la carne in una pentola di terracotta o di pietra (io ho usato una pentola di pietra ollare) con un filo d'olio, sale, il mix di spezie, le cipolle tritate insieme all'aglio e al prezzemolo, quindi coprite con l'acqua e fate cuocere lentamente a fiamma bassa. Se usate una pentola in pietra ricordatevi di aumentare i tempi di cottura, perchè sarà più lenta a scaldarsi rispetto a quella di terracotta. 

Una volta cotta la carne (basatevi sul peso del vostro gallo e la scelta della pentola, calcolando un minimo di un'ora fino ad un massimo di 3/4 d'ora e verificate la cottura: quando la carne i stacca facilmente dalle ossa è cotta al punto giusto), impiattate cospargendo ciascuna porzione con un po' delle mandorle che avrete tostato per alcuni minuti in padella e poi pestato grossolanamente a mortaio, irrorate con un po' del liquido di cottura (che se preferite potrete far restringere un po' in un pentolino a parte con un cucchiaino di agar agar o di maizena). Accompagnate questo gustoso piatto con un bicchiere di BB6 servita fresca, ma assolutamente non ghiacciata. 

Un consiglio:

Se non volete usare il mix di spezie perchè temete che siano sapori troppo forti per il vostro palato o più banalmente avete difficoltà a trovarlo, potete sostituirlo con un pizzico di pepe bianco, ma non eliminate lo zenzero fresco!

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Il segreto del ristorante Da Vittorio: tradizione, innovazione e passione di una famiglia.

"Chi si accomoda ai nostri tavoli è un nuovo cliente. Dopo aver assaggiato i nostri spaghetti neri, diventa un nuovo amico. Questa noi la chiamiamo magia." Così viene celebrato nel 2016, in occasione dei suoi 40 anni, il piatto simbolo del ristorante Da Vittorio. 

Questo locale molto caratteristico, situato a Carloforte (sull'isola di San Pietro), che sorge di fronte a Calasetta (sull'isola di Sant'Antioco), nell'estremo sud ovest della Sardegna, offre una proposta variegata e assai coinvolgente. Se Vittorio è il mago della cucina carlofortina, la moglie apporta il meglio della tradizione siciliana, un terreno fertile per le creazioni del figlio Luca, che può spaziare in rivisitazioni fusion di piatti ispirati ad entrambe le tradizioni.

La famiglia gioca un ruolo fondamentale e fondante nella vita di questo locale. Padre e figlio in cucina, senza tuttavia rinunciare all'accoglienza in sala dei clienti (la madre per ragioni di salute ha dovuto, suo malgrado, sospendere la sua partecipazione attiva), figlia in sala e gastronomia (innovazione vincente del locale, ormai consolidata da qualche anno), rappresentano la struttura portante di un locale che ha saputo stare al passo con i tempi, senza perdere la sua identità.

La passione per la cucina, il rispetto per la tradizione e per la storia del locale hanno permesso la convivenza di passato e futuro di cui Vittorio e Luca sono il simbolo.

Riuscire a conciliare il lavoro con rapporti personali così stretti, chiunque abbia esperienza nell'ambito della ristorazione può comprendere quanto implichi il possesso di una notevole capacità d'adattamento e una considerevole solidità dei rapporti stessi. Lo stress vissuto in periodi di maggior affluenza dei clienti, che in zone turistiche, tra cui innegabilmente si pone Carloforte, sono condensati nel tempo e contrastano con periodi di estrema tranquillità, dove solo la capacità dei gestori fa sì che sia possibile un'apertura annuale del locale, mette a dura prova la solidità di qualunque team. Il segreto della riuscita sta proprio nella capacità di compensare i differenti caratteri dei componenti dello staff, affidando a ciascuno il ruolo più adatto e lasciando ad ognuno il giusto spazio che permetta d'esprimersi al meglio.

Ogni piatto proposto in menù segue la stagionalità dei prodotti del territorio. Se il periodo del tonno è finito e con esso le scorte del pregiato protagonista del Girotonno carlofortino, potrete trovare valide alternative e vi rimarrà il desiderio di tornare per assaggiare, ad esempio, la lasagna alla carlofortina, una rivisitazione di Luca di un primo piatto tipico, in cui il saporito tonno rosso viene gustato con un condimento che rende evidenti le origini liguri degli isolani.

Vittorio ci fa commuovere con i suoi spaghetti neri, di cui anche la mia bimba di cinque anni va ghiotta, segno che piatti della tradizione, a torto abbandonati da alcuni chef, perchè ritenuti non adatti ai nuovi palati, possono venire proposti ed apprezzati, se ne viene curata in ogni dettaglio la preparazione, partendo da una conoscenza della materia prima ed una corretta lavorazione della stessa.

 

Luca, anche se ama definirsi "ambasciatore di Vittorio", ha campo libero per spaziare con le sue creazioni estemporanee che vanno dal salato al dolce. E' forse proprio nei dolci che questo chef si esprime con maggior soddisfazione, ad esempio destrutturando classici della pasticceria siciliana, come nel caso del suo cannolo scomposto, o reinventando il raviolo fritto, cui ama abbinare marmellate di sua produzione, scelte in base alla stagionalità. La sua voglia d'innovazione in cucina lo porta a collaborare con Carlo Biggio, lo chef calasettano del Mamma Fina, la cui competenza e professionalità forniscono nuovi stimoli alla creatività di Luca. Amici di lunga data, i due chef collaborano nella realizzazione di eventi, unendo le loro competenze per realizzare proposte innovative, con la convinzione di poter creare un loro stile fusion con solide basi nella cucina tradizionale, cui entrambi fanno riferimento.

Che si decida di riempire il cestino da pic-nic con le sfiziose proposte della gastronomia, per spostarsi ad esplorare l'isola di Carloforte, o si opti per un pranzo od una cena in totale relax nella veranda con vista sul porto, il ristorante Da Vittorio offrirà a vecchi e nuovi clienti una nuova visione di questo meraviglioso angolo di Sardegna.

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La torta preferita dalla mia biondina: pan di Spagna con panna e fragole

Era parecchio che non facevo questa torta, così ho ceduto alle richieste dei miei "golosastri", felice di poter usare anche in un dolce le uova delle mie galline. Ecco quindi una layercake tradizionale: un pan di Spagna farcito con panna e fragole fresche. La primavera è davvero alle porte!

Ingredienti:

4 uova intere

120g di zucchero semolato (se usate quello integrale sappiate che non otterrete lo stesso spessore)

120g di farina tipo 0 (io la 00 non la uso mai, nemmeno in questo caso)

un pizzico di sale

3 cucchiai di marmellata di fragole

3/4 cucchiai di acqua

600g di panna fresca

3 cucchiai di zucchero a velo

1 cucchiaino di vaniglia Bourbon in polvere

250g di fragole fresche

Preparazione:

Imburrate e infarinate una tortiera da 20cm di diametro, quindi accendete il forno a 170°.

In una terrina lavorate le uova con lo zucchero e il pizzico di sale finchè non otterrete una crema densa, gonfia e compatta al punto da riuscire a disegnare un 8 con la frusta. Aggiungete la farina setacciata, poco per volta e, con movimenti delicati dal basso verso l'alto, procedete a mescolare con una spatola. Versate il composto nella tortiera ed infornate per 25 minuti. Come sempre, il tempo di cottura può variare da forno a forno. Quando è cotto il pan di Spagna deve essere dorato, ben lievitato e sodo ma elastico al tatto. Una volta sfornato, rovesciatelo su una tortiera e lasciatelo raffreddare a lungo. L'ideale è prepararlo alla sera e lasciarlo raffreddare per una notte intera. Per mantenerlo morbido ponetelo in uno strofinaccio.

Una volta pronto il pan di Spagna, procedete col taglio in due o tre dischi, aiutandovi con un coltello o con un seghetto per dolci.

Preparate la panna unendo in una ciotola, tenuta a raffreddare in freezer, la panna fresca di frigo allo zucchero a velo ed alla vaniglia, montate fino ad ottenere un composto ben sodo, quindi ponetela in frigo a solidificare ancora un po' prima di utilizzarla.

Nel frattempo sciogliete la marmellata con l'acqua, frullando il composto, se sono presenti pezzetti di frutta, quindi usate il liquido ottenuto per inumidire i dischi di pan di Spagna.

Ponete su un'alzatina girevole un sottotorta cui appoggerete il primo disco di pan di Spagna, quindi, aiutandovi con una spatola, copritelo di panna. Fatevi cadere una pioggia di tocchetti di fragola, quindi coprite con un altro disco di pan di Spagna e ripetete l'operazione. Finite con l'ultimo disco di pan di Spagna tagliato, ricoprite di panna e procedete alla decorazione come meglio vi suggerisce la vostra fantasia. Riponete la torta nella parte alta del frigorifero per almeno 4/5 ore prima di gustarla.

Un consiglio:

Se non ci sono bimbi tra i destinatari della vostra torta, potete sostituire l'acqua con cui sciogliere la marmellata con del liquore a vostra scelta. Vi consiglio un rhum abbastanza dolce.

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Panino destrutturato con salsiccia alla Toccadibò

Stasera pornfood a base di salsiccia di suino sardo "tagliata a coltello", con maestria, dal macellaio di fiducia, sfumata con Toccadibò Barley, stufata appena appena e poi saltata per impiattarla morbida ma asciutta al punto giusto, servita con cruditées di stagione e una noce di erborinato francese. Il mio pane casereccio impastato con pasta madre completa la destrutturazione della mia versione di panino con salsiccia.

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B&B S'anninnia: culla della tradizione con un'intelligente apertura al resto del mondo.

Ho conosciuto il B&B S'Anninnia grazie ad un consiglio di Nicola Perra in risposta alla mia domanda su dove poter comprare le sue birre vicino a casa mia e dove portare a cena degli amici che avevo ospiti in quel periodo. Lui per entrambe le mie richieste mi consigliò S'Anninnia. Da come mi parlò del tipo di cucina che avrei trovato decisi di andarci prima dell'arrivo dei miei ospiti, per poter fare rifornimento di birre Barley e per "testare" quello che dai commenti di Nicola appariva come un interessante ristorante tipico. Appena arrivata all'ingresso, mi resi conto che il ristorante era in realtà un B&B dall'aspetto molto curato, con l'adesivo della guida Routard e un gamberetto del Gambero rosso sulla porta d'ingresso,  un pannello con tutte le etichette Barley faceva bella mostra di sè vicino all'ingresso, in stile locanda francese. Le aspettative a questo punto erano alte, ma l'accoglienza gioviale della proprietaria Marcella Vinci e di tutto il personale, uniti all'ottimo livello della cucina, che propone piatti del territorio scelti in base alla stagione ed alla reperibilità giornaliera, cui abbinano una lista di vini sardi che, per quanto interessanti, non presi minimamente in considerazione avendo a disposizione l'intera gamma delle birre Barley,  hanno fatto sì che decidessi di tornare insieme ad i miei ospiti. Anche i miei amici "continentali", come si suole definire in Sardegna chi viene dal resto del continente (si tratti di una zona dell'Italia o di qualunque altro stato più o meno vicino), rimasero molto soddisfatti della cena e più in generale dell'atmosfera in cui ci eravamo immersi.

Da che cosa dipende il successo di questa struttura dal sapore antico, che tuttavia è ben radicata nel presente con un respiro global? S'Anninnia compare sulla guida Routard, sulla guida di Michael Müller, sulla lonely planet, è consigliata da alcuni tour operator per paesi di lingua tedesca e molti clienti tornano di anno in anno. Un successo del genere non arriva per caso in un paesino del Sulcis Iglesiente che non è nemmeno sul mare, nonostante sia comunque vicino a spiagge bellissime del sud ovest della Sardegna. Le segnalazioni alle guide le hanno fatte i clienti soddisfatti, il gamberetto del gambero rosso è stato dato dopo la recensione positiva dei critici che sono passati, e ogni anno ritornano, in incognito.

 

S'anninnia nasce come room & Breakfast. In seguito alle richieste dei clienti stranieri, che desideravano non spostarsi per cena, in modo da poter consumare alcolici, cosa che, dovendo muoversi in macchina per raggiungere un ristorante, avrebbero potuto fare solo con estrema moderazione, l'esigenza di trasformare la struttura si fece sentire e richiese una scelta. Dopo la sua esperienza post laurea all'estero e presso un'importante struttura internazionale operante anche in costa smeralda, Marcella dovette decidere se ripartire o restare provando a creare qualcosa di suo. L'amore per l'uomo che proprio in quel periodo divenne suo marito la fece propendere per la seconda opzione. La tenacia, la determinazione, le sue competenze tecniche (si è laureata in economia del turismo all'università di Perugia, è sommelier riconosciuta dall'A.I.S.) il sostegno della sua famiglia (siamo pur sempre in Italia e spesso gli ottimi business plan non sono sufficienti) e il duro lavoro, i cui frutti sono stati investiti saggiamente, di volta in volta, nel miglioramento graduale della struttura, hanno permesso la trasformazione nell'attuale B&B.

Il nome S'anninnia Marcella lo scelse ricordando un trafiletto del sussidiario di quando era bambina. Sa ninnia in sardo significa ninna nanna, dunque era perfetto per la struttura iniziale, tuttavia decise di mantenerlo anche dopo l'ampliamento, perchè il richiamo alla tradizione era il filo rosso con cui era evoluta l'attività. Il simbolo stilizzato della tradizionale culla in legno, in cui dorme ancora oggi la bimba di Marcella, è la sintesi del lavoro che ha portato al successo di questa impresa tutta al femminile. Sì, perchè la gestione dell'attività è totalmente in mano a Marcella, che dopo l'esperienza di lavoro all'estero e presso strutture turistiche di alto livello presenti in Costa Smeralda, dove ha potuto mettere in pratica quanto appreso all'università con tanta passione, ha saputo far crescere un'attività che è destinata ad espandersi ancora, dando nuovo impulso al territorio, nel rispetto delle risorse che esso può offrire.

Instancabile lavoratrice, Marcella è sempre pronta a rimettersi in gioco, soprattutto ora che è mamma di una bimba di quasi un anno. Ciò che vuole trasmettere a sua figlia è la passione per il suo lavoro e il sacrificio nel portare avanti un'attività, consapevole che nulla è scontato o dovuto. Il desiderio di offrire il miglior ambiente possibile alla figlia, per poterla mettere nelle condizioni di crescere con un'apertura verso il resto del mondo fanno sì che Marcella non perda mai la sua verve nè il suo spirito d'avventura.

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Claudio Stara, alias Nerone, un virtuoso esempio di self-made man sardo

Dopo aver assaggiato con entusiasmo alcune specialità tra le pizze e le proposte della cucina di Nerone, ho voluto conoscere di persona Claudio Stara per capire i motivi concreti di questa storia di meritato successo.

Si parla tanto di italiani "bamboccioni" viziati che non si adattano al mondo del lavoro flessibile, in continuo divenire e si arroccano su standard di vita irreali, a spese di mamma e papà che troppo li viziano e non permettono loro di conoscere il mondo reale, "facendosi le ossa" e altre simili scempiaggini che io, per reazione a tutto questo "straparlare" sulla generazione dei trentenni/quarantenni, ho iniziato a portare esempi virtuosi, perchè ho sempre odiato le generalizzazioni e se qualcuno fa bene il suo lavoro, con passione, sacrificio e correttezza, trovo sia doveroso parlarne, sennò ci riduciamo tutti a vecchi rancorosi che "sparano a zero" a prescindere, mossi dall'invidia di chi non ha più l'età nè la forza per fare ciò in cui altri si cimentano con determinazione e senza boria.

 

Claudio è il prototipo del self-made man. Ha trascorso la giovinezza a lavorare, accettando mestieri faticosi e a volte anche pericolosi, senza mai tirarsi indietro, trascorrendo i periodi di pausa imparando il mestiere di pizzaiolo sul campo. Spinto quasi controvoglia a iniziare un suo percorso come piccolo imprenditore proprio da chi gli aveva insegnato il mestiere, Claudio prende il coraggio a due mani e poco per volta, facendo affidamento solo sui suoi guadagni, passo dopo passo, inizia a creare la sua impresa. Uso volutamente i termini impresa e imprenditore, perchè il modo di affrontare questa sfida così ardua e piena di ostacoli e imprevisti è stato da manuale, nel senso che ogni scelta fatta sembra la risposta ai consigli presenti nell'ampia bibliografia di saggi sul perfetto imprenditore, che spronano a creare un corretto business plan e ad attenersi ad esso rispettando i giusti tempi di crescita dell'azienda che si vuole man mano creare, dando stabilità alla stessa e credibilità crescente.

 

Se pensate che tutta questa capacità di gestione derivi da esperienze assimilate in una famiglia di imprenditori siete fuori strada, se l'attribuite a studi economici in cui Claudio si sia distinto state ancora sbagliando. No, il buon senso, la ponderatezza, la capacità d'osservazione e d'apprendimento unite ad una impressionante tenacia nel sostenere ritmi di lavoro terrificanti sono la ricetta del successo di Nerone. Ogni dettaglio è stato curato e vissuto fino in fondo, ogni conquista è stata sudata e condivisa con il resto dello staff. Già, perchè Claudio è prima di tutto leader di una squadra vincente, della quale è orgoglioso e per la quale si sente responsabile, per cui descivendo i pregi dei suoi collaboratori (detesta l'espressione dipendenti) è capace di commuoversi. Non è tronfio del suo successo, che mette sempre in discussione desiderando migliorarsi, ma gioisce di quanto è riuscito a fare.

 

 

Tutto questo valore aggiunto lo si respira entrando nel suo locale, osservando il sorriso delle cameriere, l'allegria dei clienti abituali e occasionali, che si sentono accolti in un ambiente sereno dove il comfort food è esteso anche all'arredamento.

 

L'attuale locale è la terza evoluzione del nucleo iniziale. Da piccola struttura in stile chiosco con pizza al taglio dalle forme e condimenti innovativi per il territorio, frutto dell'esperienza fatta durante le "stagioni" in strutture ricettive sarde o di altre regioni italiane,  Nerone è diventato piccola pizzeria, per arrivare ad essere il locale attuale, in cui pizza e cucina con prodotti freschi e rigorosamente del territorio offrono un menù assai interessante per più tipologie di clienti, dai ragazzini meno esperti ai gourmet più pretenziosi. Un salto notevole, ma non il punto d'arrivo. A breve, ad esempio, è previsto un ampliamento del locale. 

 

Una selezione di proposte del menù è gluten free, per poter rispondere alle esigenze di alcuni clienti intolleranti al glutine, che non vogliono rinunciare al piacere di gustarsi una buona pizza. Sul menù trovano inoltre esaustiva indicazione, con icone facilmente identificabili poste a fianco di ciascun piatto o pizza ivi presente, i differenti tipi di allergeni presenti negli ingredienti utilizzati.

 

 

 

Dopo l'esperienza pluriennale delle competizioni nelle quali si è distinto e, più recentemente, la partecipazione a Master Pizza Chef ed il successo ivi ottenuto, Claudio ha in programma nuove iniziative che lo porteranno ancora una volta a mettersi in gioco.

 

 

A fine estate ci sarà la terza edizione del Trofeo Quattro Mori, che da quest'anno sarà interamente organizzato dalla Scuola di ristorazione & panificazione da poco fondata da  Claudio insieme ad altri colleghi con cui collabora da anni (Camillo Caddeo, Giuliano Marongiu, Simone Tocco, Cristian Tolu e Alessandro Zara), grazie alla quale sono stati organizzati corsi per semplici appassionati o per professionisti, che con fiducia decidono di investire in formazione, per poter migliorare la propria attività, con presenze di personale docente di rilievo come, ad esempio, Raffaele Pignataro e testi chiari e di facile consultazione, come La pizza al microscopio.

 

 

Alla mia domanda su quale sia la sua pizza preferita si è mostrato indeciso tra la Nerone e la Mr.Grace, ma quando gli ho chiesto che pizza farebbe assaggiare per prima a suo figlio, quando avrà la gioia di diventare padre, non ha avuto dubbi: la bufalina. Io personalmente sono rimasta molto colpita dalla pizza Yaya, una deliziosa proposta vegetariana con le melanzane fritte (non impanate!) croccanti e gustose. Un particolare apprezzamento va alla carta delle birre, provenienti da alcuni birrifici artigianali sardi, tra cui spicca il marchio Barley. Anche i vini sono rigorosamente sardi e provenienti da cantine poco distanti.

 

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Mamma Fina: comfort o fusion food? L'innovazione dello chef Carlo Biggio affonda le radici nella tradizione calasettana.

 

Mi piace andare a scoprire eccellenze nel territorio per dar voce e risalto al lavoro di chi, mettendosi in gioco in prima persona, desidera investire per la riscoperta e la ripresa della tradizione, la valorizzazione delle richezze culturali ed enogastronomiche di cui è assai ricca l'Italia.

 

Sono entrata da Mamma Fina, una graziosa gastronomia che è un angolo di buona cucina della tradizione calasettana, dove il comfort food inizia fin dall'accoglienza al cliente. La conduzione famigliare ci fa sentire "accolti a casa", l'uso del dialetto e la goliardia, mai esagerata, caratterizzano l'approccio di una famiglia che ama cucinare per altre famiglie.

 

Eppure, osservando il locale, con la lavagna appesa all'esterno, su cui ogni giorno vengono scritti i piatti che verranno preparati, il logo, presente anche sulla porta, con l'immagine in forma di caricatura dei due fratelli Carlo (lo chef) e Carmelo (che si occupa principalmente di servire i clienti), la cura nei dettagli messa nell'arredo, nel packaging (in evoluzione, al passo con i tempi e i gusti attuali), nel parlare all'occorrenza inglese o spagnolo, carte vincenti per attrarre turisti stranieri oltre che italiani, non si fa nessuna fatica ad immaginare di vedere una filiale di Mamma Fina in città come Londra, Parigi, o metropoli americane e cinesi.

 

Che cosa, o meglio chi rende possibile quest'ottima gestione della tradizione in un'ottica moderna? Se la signora Fina è proprio la mamma le cui conoscenze e capacità di gestione costituiscono la tradizione, le radici da cui partire, lo chef Carlo Biggio, suo figlio, è ciò che permette tutto il lavoro di riscoperta e rispetto per i piatti antichi, in un'ottica moderna. Di ritorno dalla sua esperienza post scolastica all'estero (Irlanda, Spagna, Polonia), ma anche in Italia, in altre zone della sardegna e poi anche come personal chef su yacht privati, all'età di trent'anni Carlo decide di iniziare questa nuova avventura, con l'appoggio di tutta la famiglia.

Mamma Fina ha una gestione assai particolare. Non esistono ruoli definiti (chef, sous chef...), perchè tutti cucinano insieme come fossero a casa e i clienti possono osservarli, in quanto il locale è strutturato in modo che la cucina sia totalmente a vista. La scelta di ingredienti del territorio e d'ottima qualità e una predilezione particolare di Carlo per il pesce implica il fatto che, salvo il pilau e il cascà, posti come immancabili e sempre presenti in menù, ogni giorno vengano proposti piatti nuovi, studiati e preparati soprattutto in base al pescato fresco.

Ogni mattina il papà di Carlo raccoglie erbe selvatiche come il timo, l'origano, il rosmarino che verranno usate nei piatti. Non manca nemmeno una ricerca delle alghe del mediterraneo, che Carlo ha voluto reintrodurre, come era nella tradizione antica.

Pur essendo una gastronomia che pone l'accento sulla tradizione culinaria calasettana, troviamo tra i piatti cardine il cascà (un cous cous a base di carne di maiale, verdure e ceci) nella versione carlofortina, ovvero come lo prepara da sempre mamma Fina, che non a caso è originaria di Carloforte, la cittadina che sorge sull'isola di San Pietro, di fronte all'isola di Sant'Antioco, dove si trova invece Calasetta.

 

Da sempre Calasetta e Carloforte hanno un rapporto molto particolare, caratterizzato anche da piccoli screzi e atteggiamenti di rivalità tra due realtà molto simili. La lingua che si parla, i cibi della tradizione, così come i canti e i costumi sono infatti molto simili tra loro e assai differenti da quelli del resto della Sardegna. Questi due luoghi sono infatti legati dalla medesima storia, che li differenzia da quella sarda, a partire già dalla cittadina di Sant'Antioco, sull'omonima isola.

Carlo, sempre propenso a creare collaborazioni, come in caso di eventi con servizio catering organizzati insieme ad altri chef o locali della zona, sente forte il desiderio di rinascita del suo territorio, in particolare di Calasetta, e nell'intento di promuoverlo desidera sviluppare la cooperazione tra colleghi.

 

Proprio in quest'ottica nasce Insemme, un evento ideato e voluto da Carlo e dal suo amico e collega Luca Poma, chef del ristorante Da Vittorio di Carloforte, che ha visto recentemente calasettani e carlofortini insieme per la preservazione e la promozione della loro tradizione culturale ed enogastronomica, in una serata di allegra "casciandra" a Carloforte. E' stata un'occasione per cantare e mangiare insieme, alcuni anche indossando i loro abiti tradizionali, per la gioia di riunire le due comunità e mantenere vive le loro tradizioni, in un ambiente sereno e conviviale. Tra pochi giorni si replicherà a Calasetta.

 

In quell'occasione Carlo ha presentato uno dei due piatti cardine del Mamma Fina: il pilau (preparato nella versione riconosciuta come originale, ovvero la fregula sarda condita con un sugo di pomodoro in cui viene fatta cuocere la granseola) e i piedi di porco (un dolce calasettano con un impasto più morbido di quello carlofortino, che viene fritto e glassato con limone e zucchero).

Carlo tuttavia non si limita al repertorio della tradizione calasettana e spesso offre sue creazioni che, partendo dalla tradizione, unendo l'esperienza consolidata all'estero e l'innovazione data dal suo estro creativo, danno vita ad un tipo di cucina che ha caratteristiche del fusion style.

 

A breve sarà possibile gustare le prelibatezze di Carlo anche nella nuova sede di Cagliari del Mamma Fina (l'apertura è prevista tra fine aprile e inizio maggio), dove verrà ricreato il medesimo ambiente di Calasetta e si serviranno i due piatti cardine, pilau e cascà, oltre a quello che, soprattutto in base al pescato fresco, lo chef proporrà di giorno in giorno sulla lavagna.

 

In entrambe le sedi, accanto a piatti della tradizione come il tonno alla calasettana (in agrodolce) o il belu di tonno (lo stomaco del tonno condito con un sugo di pomodoro e patate), potreste trovare una frittura di pesce molto saporita e "asciutta" con una scelta di elementi non scontata, tra cui ad esempio la murena o i calamari. Potrete mangiare alcuni piatti preparati al momento e serviti direttamente dallo chef, che vi spiegherà ingredienti e preparazione. Oppure potrete decidere di prendere qualcosa di fresco da portarvi in spiaggia con la bag refrigerata, o ancora potreste veder arrivare a casa un'apecar Mamma Fina a consegnarvi prelibatezze ancora calde col servizio delivery (molto apprezzato dai clienti calasettani, tra cui anche alcuni anziani impossibilitati a raggiungere la gastronomia). Troverete una scelta di vini di Calasetta, ma anche altri vini sardi, italiani e una selezione di vini dall'estero, nella cantina in evoluzione selezionata da Carlo (che per poter meglio creare abbinamenti con i suoi piatti ha voluto seguire un corso da sommellier). Per gli appassionati di birra sono previste scelte tra alcune birre artigianali.

 

Infine, una curiosità dello chef. Alla domanda "Qual'è il piatto che preferisci, che più ti rimanda alla tua infanzia e vorresti far assaggiare a tuo figlio?" Carlo ha risposto il cascà, ovviamente nella versione di sua mamma, Mamma Fina!

 

In vista della nuova stagione estiva il raddoppio del Mamma Fina allieterà vecchi e nuovi clienti, che giorno per giorno avranno la possibilità di scoprire o rinnovare il loro amore per la cucina di Calasetta, contribuendo a ridare lustro e visibilità ad un meraviglioso angolo di questa incredibile isola italiana in cui alcuni, autoctoni o, come me, forestieri, hanno la fortuna e la gioia di vivere.

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Tempo di neve... tempo di torta al cioccolato!

E' inverno, nevica un po' ovunque, ma non qui. E allora... ecco una torta soffice soffice con una spolverata di zucchero a ricordare una lieve nevicata.

Ingredienti:

-200g di farina semintegrale

-50g di cacao amaro

-100g di zucchero semolato (ebbene sì, ogni tanto lo uso!)

-3 uova

-1/2 cucchiaino da caffè di vaniglia Bourbon in polvere

-1 bicchiere da vino di kefir di latte di capra 

-1 bicchiere da vino di olio di mais

-17g di lievito naturale

-1/2 cucchiaino da caffè di zucchero a velo

Preparazione:

Separate le uova e montate a neve gli albumi in una ciotola ben asciutta con una punta di cucchianino da caffè del lievito necessario alla preparazione della torta. Portate il forno a 160°.

In un'altra ciotola mescolate i tuorli allo zucchero, quindi aggiungete il kefir e la vaniglia. Incorporate al composto ottenuto la farina setacciata insieme al cacao e il restante lievito. Aggiungete gli albumi e mescolate delicatamente, procedendo dal basso verso l'alto con movimenti circolari. Unite infine l'olio e versate il composto, che sarà diventato lucido e omogeneo, in una tortiera da 20cm di diametro, che avrete precedentemente imburrato e infarinato. Infornate per 40' controllando la cottura con l'aiuto di uno stuzzicadenti. Una volta inserito nella torta dovrà uscirne asciutto. Mettete la torta a raffreddare su di una gratella, quindi, se volete, decoratela con un po' di zucchero a velo.

Un consiglio:

Io ho usato del kefir da me prodotto con del latte di capra, ma potete anche usare dello yogurt (di latte caprino, vaccino o vegetale). Se desiderate una versione vegana di questo dolce sostituite il latte di capra del kefir con del latte vegetale (oppure sostituite il kefir con dello yogurt vegetale). Al posto delle uova potete usare i semi di chia (avendo cura di lasciarli qualche minuto in ammollo nell'acqua prima del loro utilizzo).

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Torta cocco e kiwi

Oggi avevo voglia di creare una torta un po' diversa, delicata e rustica al tempo stesso ed ecco che è nata la mia torta cocco e kiwi, a prova di golosastri ;-)

Ingredienti:

-4 uova

-100g di zucchero di canna integrale

-80g di burro leggermente salato

-200g di farina semintegrale di grano

-50g di farina di cocco

-25g di cocco in scaglie

-1 cucchiaino di olio di cocco

-1/2 cucchiaino di vaniglia Bourbon in polvere

-2 kiwi maturi

-1 bicchiere da vino di kefir di latte di capra

-1 bustina di lievito naturale (a base di cremor tartaro)

Preparazione:

In una ciotola comoda mescolate lo zucchero con i tuorli e il burro fuso a bagnomaria. Ottenuta una crema omogenea aggiungete il cocco in scaglie, l'olio di cocco, la vaniglia, i kiwi (a cui avrete tolto la buccia) tagliati a pezzetti, il kefir, le farine setacciate e 3/4 del lievito. Amalgamate bene il tutto e, una volta ottenuto un composto omogeneo, aggiungete gli albumi montati a neve (con la parte restante del lievito) e finite di mescolare delicatamente il tutto. Versate in una teglia dal diametro di 20cm, imburrata e infarinata, e fate cuocere per un'ora, in forno preriscaldato, a 160°.

Un consiglio:

Una volta sfornata la torta, ponetela a raffreddare su una gratella, quindi, se volete, ricopritela con dello zucchero a velo o delle scaglie di cocco. Io questa volta non l'ho fatto, perchè ho preferito una versione più rustica.

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Dolce d'inverno

Oggi fa decisamente freddo, così ho deciso di creare un dolce adatto a questo momento dell'anno. Soffice e goloso ecco a voi il dolce d'inverno!

Ingredienti:

-190g di farina semintegrale di grano

-60g di farina di grano saraceno

-200g di zucchero di canna integrale

-1/2 cucchiaino di vaniglia Bourbon in polvere

-12 noci

-2 uova

-100g di burro

-1 bicchiere da vino di kefir di latte (ottenuto con latte di capra)

-17g di lievito naturale (a base di cremor tartaro)

Preparazione:

Imburrate e infarinate una tortiera in alluminio del diametro di 20cm, accendete il forno a 160° e iniziate a preparare la torta. In una ciotola capiente mescolate lo zucchero ai tuorli, quindi aggiungete il burro (sciolto a bagnomaria), la vaniglia, le noci (pestate nel mortaio), il kefir. Una volta ottenuto un composto omogeneo aggiungete le due farine setacciate ed il lievito. A parte, in una ciotola ben asciutta, montate a neve i due albumi con un pizzico di sale, quindi uniteli al composto e mescolate molto delicatamente, dal basso verso l'alto, con una spatola. Versate il tutto nella tortiera ed infornate per un'ora circa. Controllate la cottura inserendo uno stuzzicadenti al centro della torta: se ne uscirà asciutto il dolce sarà cotto. Una volta sfornato, ponete il dolce a raffreddare su una gratella prima di impiattarlo.

Un consiglio:

Normalmente non amo aggiungere lo zucchero a velo alle torte, tuttavia in questo caso ho fatto un'eccezione, desiderando dare una spruzzata di neve a questo dolce invernale. Ad ogni modo, consiglio di non eccedere con questo tipo di zucchero.

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Spumone all'arancia

E' tempo di arance, di spremute e centrifugati, e allora... è anche tempo di spumone all'arancia! Questo dolce canadese, che strizza l'occhio alle sue origini francesi, è soffice come una nuvola, ma al tempo stesso assai gustoso. Perfetto per l'ora del tè, ma non sfigura nemmeno a colazione. La preparazione è semplice e veloce, l'ideale per chi voglia cimentarsi la sera prima di andare a letto, in modo da lasciar raffreddare con calma il dolce in vista della colazione.

Ingredienti:

-225g di farina semintegrale

-225g di zucchero di canna integrale

-100ml di olio di mais

-150ml di succo d'arancia

-2 cucchiai di scorza d'arancia grattugiata

-4 uova intere + 2 albumi

-17g di lievito naturale (a base di cremor tartaro)

Preparazione:

Portate il forno a 160° ed iniziate a preparare la torta. Setacciate la farina e in una terrina capiente mescolatela con il lievito, quindi aggiungete lo zucchero. Fate un incavo al centro e versatevi l'olio, quindi incorporate i tuorli, il succo e la scorza d'arancia. Mescolate il tutto, in modo da ottenere una pastella morbida ed omogenea. In un contenitore capiente e ben asciutto montate a neve salda i sei albumi, cui avrete aggiunto un pizzico di sale. Unite gli albumi alla pastella ottenuta in precedenza e mescolate con molta delicatezza per non "smontarli", fino ad ottenere un composto omogeneo, che verserete poi in uno stampo liscio da ciambella non imburrato. Cuocete per 55 minuti, o fino a quando, ad un leggero tocco, lo sentirete sodo. Capovolgete lo stampo, senza scuoterlo, su una gratella ed aspettate che lo spumone scivoli giù da solo. Una volta raffreddato, se volete potete cospargerlo di zucchero a velo.

Un consiglio:

Io preferisco mangiare questo dolce senza zucchero a velo nè altro, ma se lo gradite potete riempire il vuoto della ciambella con della panna montata e frutta fresca (fragole, lamponi o ribes), oppure mettere al centro dell'anello qualche grappolo di ribes rosso come colorata decorazione.

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Spaghetti alla carbonara: tradizione vs innovazione.

Gli spaghetti alla carbonara sono un classico della cucina italiana molto amato e conosciuto, ma che spesso suscita controversie sulla sua corretta preparazione o su coraggiose reinterpretazioni. Io vi propongo due versioni, una tradizionale ed una più moderna e delicata. Provatele entrambe e poi scegliete quella che vi aggrada maggiormente.

Ingredienti:

Dosi per 2/3 persone:

-300g di spaghetti

-100g di guanciale o pancetta (almeno, ma potete aumentare la dose secondo il vostro gusto)

-1 uovo a persona (o solo il tuorlo, in caso di ricetta tradizionale)

-formaggio pecorino semistagionato

-un pizzico di pepe nero

-2/3 cucchiai di olio E.V.O. (solo nella versione più delicata)

Preparazione:

Ricetta tradizionale:

Mettete a bollire l'acqua per gli spaghetti e, una volta a temperatura, salate con sale grosso e fatevi cuocere la pasta (scegliete un tipo da almeno 11 minuti di cottura, come ad esempio quelli "alla chitarra"). Nel frattempo, in una padella dal fondo spesso fate sciogliere lentamente la pancetta (o il guanciale, come vorrebbe la tradizione) che avrete tagliato grossolanamente a cubetti. Una volta ottenuto un sugo dal grasso della pancetta, che sarà divenuta più croccante, spegnete il fuoco e aspettate che la pasta sia cotta per riaccenderlo.

Una volta pronta la pasta scolatela e versatela nella padella. Saltate gli spaghetti nel sugo ottenuto dalla pancetta in parte sciolta, spegnete il fuoco ed aggiungete i tuorli, continuando a mescolare in modo che l'uovo non si rapprenda troppo in fretta. Aggiungete una dose generosa di pecorino grattugiato e servite subito. Se lo gradite unite ancora un pizzico di pepe nero.

Ricetta più delicata:

Mettete a cuocere la pasta come per la versione tradizionale. Nel frattempo, in una padella di alluminio fate rosolare delicatamente la pancetta (o il guanciale) tagliato a listarelle molto sottili in 2/3 cucchiai di olio E.V.O. Proseguite come nella ricetta precedente, ma usate le uova intere al posto dei soli tuorli.

Un consiglio:

Essendo una ricetta dal sapore alquanto deciso, abbinatevi un vino rosso abbastanza corposo (ad esempio un Carignano del Sulcis) oppure richiamate il pepato con una fresca Duenna della linea base delle birre Barley.

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Piedini d'agnello piccanti: una mia rivisitazione di un piatto della tradizione.

Un tempo non troppo lontano si era soliti mangiare ogni parte degli animali, uccisi al solo scopo di mangiarli e non per velleità sportive o peggio, come purtroppo oggi accade non troppo di rado. Nella normale dieta di ogni giorno dei nostri bisnonni (eccezion fatta per coloro che vantino origini nobili o comunque un assai elevato rango sociale) la carne compariva assai di rado e nelle occasioni, per lo più di festa comunitaria, in cui la si consumava, si utilizzava ogni parte dell'animale, per il quale si nutriva maggior rispetto di oggi. Ecco dunque da dove parte questa mia rivisitazione di una ricetta della tradizione. E' mia opinione che assumendo meno carni e, nelle occasioni in cui lo si fa, ponendo attenzione alla loro provenienza, prediligendo allevatori o macellai di fiducia, l'operato dei quali sia il più possibile verificabile, per evitare di contribuire ad inutili sofferenze degli animali sacrificati, potremo tendere ad un sempre più etico sfruttamento delle risorse della flora e della fauna del nostro territorio e, di conseguenza, del nostro pianeta.

Ingredienti:

Dosi per due persone:

-4 piedini d'agnello

-1 spicchio d'aglio

-1 ciuffetto di prezzemolo

-2/3 cucchiai di olio E.V.O.

-1 pizzico di sale fino integrale

-3 peperoncini secchi (piccoli)

-1 pizzico di mix di erbe di Provenza

-una spruzzata di Carignano del Sulcis

-una presa di zucchero di canna integrale

Preparazione

Lavare i piedini, asciugarli e passarli alla fiamma per bruciare eventuali residui di peli. Farli lessare in acqua bollente salata per almeno 30/40 minuti, fino a che la carne inizia a staccarsi dall'osso.

Far rosolare a fiamma viva i piedini nell'olio cui avrete aggiunto il trito di prezzemolo e aglio e un pizzico di sale. Sfumate con il vino, aggiungete lo zucchero, rigirate bene i piedini, quindi abbassate la fiamma, coprite e continuate la cottura finchè la carne non assume il colore del vino. Servite caldi come antipasto.

Un consiglio

Abbinate il medesimo vino che avete usato in cottura oppure una fresca birra Barley BB9, una IGA caratterizzata dalla sapa delle uve Malvasia.

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I ravioli di Yule

Con la biondina ogni promessa culinaria è un debito e allora... ravioli pronti per domani! Sì, perchè per gustare al meglio questa prelibatezza è consigliabile aspettare un po'. Felice solstizio d'inverno! Che questi piccoli soli ripieni siano il simbolo di nuova luce per tutti noi!

Ingredienti

Dosi per 70 ravioli:

 

Per il ripieno:                                                                                           Per la pasta:

-500g di spinaci                                                                                      -300g di farina semintegrale biologica

-2 uova                                                                                                      -300g di semola rimacinata di grano duro

-350g di ricotta di pecora                                                                     -300g di acqua tiepida

-1 bustina di zafferano                                                                          -11g di sale fino

-1 pizzico di sale

-1 pizzico di pepe

-20g di farina semintegrale biologica

Preparazione

Mescolate le farine in una ciotola capiente, quindi aggiungete l'acqua e il sale. Ottenuto un impasto omogeneo formate una palla e lasciatela riposare, coperta da un canovaccio, per circa quaranta minuti.

Nel frattempo mondate e lavate con cura gli spinaci, fateli stufare velocemente in una pentola coperta per qualche minuto, quindi strizzateli dell'acqua in eccesso, tritateli finemente e amalgamateli alle uova, la ricotta, lo zafferano (che avrete fato sciogliere in qualche cucchiaio d'acqua tiepida), la farina, il sale e il pepe.

Una volta pronto l'impasto lavoratelo prendendone poco alla volta (mantenendo il resto, in attesa d'utilizzarlo, coperto dal canovaccio) e stendetelo con l'aiuto di un mattarello, ottenendo una sfoglia sottile ed elastica. Posizionate a breve distanza sulla sfoglia alcune cucchiaiate di ripieno e copritele con un lembo della stessa. Con l'aiuto dell'apposito attrezzo (o di un bicchiere capovolto) create i ravioli. Mettete ad asciugare i ravioli così ottenuti su una tovaglia cosparsa di semola, quindi copriteli con qualche altra manciata di semola ed un telo.

Lasciateli riposare almeno una notte. Trascorso il tempo cuoceteli per alcuni minuti in acqua bollente, avendo cura di pungerli con uno spillo prima d'immergerli nell'acqua, per evitare che gonfiandosi eccessivamente possano sfaldarsi.

Serviteli con un sugo di pomodoro e basilico e condite con abbondante pecorino grattugiato.

Un consiglio

Per mantenere intatta la forma dei ravioli ed evitare di rovinarli condendoli, scolateli poco alla volta aiutandovi con una schiumarola, quindi poneteli in una capiente ciotola o piatto da portata sul cui fondo avrete messo una mestolata abbondante di sugo, ricopriteli d'altro sugo, un po' di formaggio e proseguite così fino a quando avrete terminato i ravioli. Abbinatevi un Carignano del Sulcis e gustatevi questa prelibatezza, possibilmente in buona compagnia.

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Noodles vegani thai style

Ieri: arrivo a casa alle 15:30 e devo cucinare qualcosa "al volo" in 15 minuti perché devo uscire dopo un'ora e allora... che fare? Noodles thai style versione vegan. (La biondina ha fatto il tris!)

Ingredienti

Per la zuppa:                                                                                                Per il tofu ai funghi:

-250g di noodles di grano secchi                                                           -125g di tofu alla canapa

-125g di latte di cocco                                                                                -350/400g di funghi champignon scuri

-2l di acqua                                                                                                   -2 cucchiai di olio E.V.O.

-sale                                                                                                                -1 pizzico di prezzemolo tritato

-1/2 cucchiaini di curry in polvere                                                         -1 spicchio d'aglio

-1 broccolo cotto al vapore                                                                        -sale

-1 spicchio d'aglio                                                                                        -1 cucchiaio di shoyu

-1 cucchiaino di olio di cocco

-1 cucchiaio di olio E.V.O.

-1 manciata di anacardi

-1 pizzico di peperoncino in polvere

Preparazione

Mettete l'olio E.V.O. in un wok e fateci rosolare rapidamente il broccolo, tagliato non troppo finemente, insieme al curry ed agli anacardi pestati a mortaio. Schiacciate con l'apposito attrezzo l'aglio ed aggiungetelo, quindi unite l'olio ed il latte di cocco.

Nel frattempo avrete messo sul fuoco l'acqua. Una volta raggiounto il bollore spegnete la fiamma, immergete i noodles e attendete 5 minuti perchè si ammorbidiscano.

Trascorsi i 5 minuti con l'attrezzo per raccogliere la pasta spostate i noodles nel wok, riaccendete la fiamma e amalgamate il tutto, quindi aggiungete il peperoncino e da ultimo l'acqua. Verificate il sale, quindi spostate la zuppa in una zuppiera calda.

Pulite rapidamente il wok, quindi mettete a scaldare l'olio, il prezzemolo, l'aglio (schiacciato con l'apposito attrezzo) per pochissimi istanti, versate il tofu tagliato a listarelle (o a cubetti), i funghi (tagliati non troppo finemente) ed il sale. Per evitare che si attacchi il tofu al fondo del wok aggiungete qualche cucchiaio d'acqua. Da ultimo aggiustate con una spruzzata di shoyu.

Un consiglio

Potete decidere di unire il tofu coi funghi alla zuppa oppure mangiarli separatamente. Ottimo da abbinare risulta un vermentino di Gallura servito freschissimo.

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Marghesarda: la mia versione della pizza margherita al trancio.

Ho pensato di perfezionare ancora un po' impasto e condimento prima di abbinarci una Barley. Ecco a voi la "marghesarda": impasto con farina semi-integrale bio, 8 ore di lievitazione, sugo pomodoro e basilico con caciotta di capra (ovviamente sarda! Ça va sans dire!). Azzardata per una BB? No! Non limitate queste birre al dopo cena! Una BB Evo' si sposa a meraviglia con questa pizza! 

Ingredienti

Dosi per due teglie:                                                                                                            Per il sugo:

-500g di farina semintegrale macinata a pietra biologica tipo 80                       - polpa di pomodoro

-200g di acqua                                                                                                                    -qualche foglia di basilico

-50g di latte di riso                                                                                                            - un filo d'olio E.V.O.

-15g di olio E.V.O.                                                                                                                -un pizzico di sale fino

-15g di lievito di birra secco biologico

-10g di sale fino (se usate quello integrale potete salire a 15g)                             

 

Come formaggio, se potete, usate qualche pezzetto di caciotta fresca sarda a base di latte di capra.

Preparazione

Versate tutta la farina in una ciotola capiente, aggiungete il lievito (che avrete sciolto in mezzo bicchiere d'acqua tiepida con un cucchiaino di zucchero di canna integrale), l'acqua ed il latte, mescolando con le mani per amalgamare bene il tutto. Aggiungete l'olio e riprendete ad impastare, quindi unite il sale e impastate con cura verificando che non rimangano cristalli interi. Una volta ottenuto un impasto liscio ed omogeneo, versatelo su un piano di lavoro e lavoratelo con decisione ancora un po'.

Lasciate l'impasto a riposare in un recipiente scoperto (se temete la visita degli insetti potete appoggiare sopra una di quelle retine usate per proteggere le torte) per 20 minuti. Trascorso il tempo, dividete l'impasto in due e stendetene ciascuna metà in una teglia oliata e ponetele a lievitare in un luogo protetto da correnti d'aria per 8 ore.

Condite l'impasto con qualche cucchiaio di sugo di pomodoro mezz'ora prima di infornare la pizza. Cuocete a 220° per 15 minuti circa (dipenderà dal vostro forno). Pochi minuti prima di sfornare le pizze aggiungete il formaggio, in modo che risulti sciolto al punto giusto.

Un consiglio

Se non avete il tempo di aspettare le 8 ore, non fate questa pizza! Al massimo potete ridurre a 6 le ore di lievitazione, ma non meno. Più pazienza avrete più gustosa e digeribile sarà la vostra sfiziosa marghesarda!

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Pranzo asiatico per la Barley BB Anniversario

Non mi decidevo a scegliere un piatto da abbinare alla Barley BB Anniversario. Alla fine ho deciso per il manzo, ma ero perplessa sulla scelta della ricetta, così... ne ho fatte due versioni, entrambe oriental style, una indiana ed una cinese. Ecco dunque il pranzo di oggi: riso integrale con limone, menta e uovo; curry di manzo all'indiana; manzo alle carote alla cinese; cavolo capuccio saltato e rapanelli. Una precisazione: questa volta la birra l'ho soltanto abbinata, senza usarla in cottura. Come ho già detto altrove, le Barley per me sono come il cachemire, non stancano mai e si sposano bene con molti piatti, presentando una versatilità che spesso, a parer mio, da maggiori soddisfazioni di un buon vino, specialmente con la cucina ispirata all'estremo oriente.

Ingredienti

Per il curry di manzo:                                                                                                     Per il manzo con le carote:

 

-750g di carne di manzo                                                                                                -250g di carne di manzo

-4 peperoncini freschi tondi                                                                                        -2 peperoncini freschi tondi

-2/3 spicchi d'aglio                                                                                                         -2 cipollotti

-4 cipollotti                                                                                                                        -50g di anacardi al naturale

-1 pezzetto di zenzero fresco                                                                                        -2 carote

-2 cucchiaini di Garam Masala                                                                                    -1 albume

-2 cucchiaini di curry in polvere                                                                                 -1 cucchiaio di zucchero

-3 cucchiai di olio E.V.O.                                                                                                 -1 cucchiaio di aceto di mele

-succo di 1/2 limone                                                                                                         -3/4 cucchiaini di agar agar

-sale                                                                                                                                      -sale

-80ml di acqua                                                                                                                   - olio di mais e olio E.V.O.

Preparazione

Iniziate dal curry di manzo, poichè è quello che richiede una cottura più lunga.

Tagliate la carne a cubetti di circa 3cm di lato. Scaldate l'olio in una padella con fondo pesante e soffriggete la carne, facendole prendere colore da entrambi i lati. Toglietela dalla padella con un cucchiaio forato e tenetela da parte. Nella medesima padella, intanto, mettete a soffriggere i cipollotti tagliati finemente e il Garam Masala. Mescolate frequentemente il tutto e fate cuocere per una decina di minuti, quindi aggiungete i peperoncini (che avrete lavato, privato dei semi e tagliato finemente), lo zenzero grattugiato, gli spicchi d'aglio (sbucciati e tagliati grossolanamente), il curry in polvere e lasciate soffriggere un paio di minuti. Rimettete la carne nella padella, quindi aggiungete l'acqua e lasciate sobbollire per un'ora, coprendo con un coperchio, a fuoco molto basso. Trascorso il tempo aggiungete il succo di limone, il sale, coprite nuovamente e lasciate continuare la cottura per altri 20 minuti. Aggiustate eventualmente ancora di sale e servite.

 

Quando manca circa mezz'ora alla cottura del curry di manzo, iniziate a preparare il manzo con carote alla cinese.

Tagliate il manzo a striscioline, salatelo, passatelo nell'albume sbattuto con la forchetta e poi riguratelo in 2/3 cucchiaini di agar agar. Pestate a mortaio gli anacardi, lavate e tagliate finemente i cipollotti, lavate, private dei semi e tritate finemente i peperoncini. Pulite le carote e tagliatele a scagliette.

In un wok scaldate 2/3 cucchiai di olio di mais e 2/3 cucchiai di olio E.V.O., quindi fate cuocere il manzo fino a che non cambia colore. Togliete la carne dal wok e unite al condimento rimasto nella pentola le carote, i cipollotti e i peperoncini. Rigirate per qualche minuto con un mestolo di legno o con delle bacchette, quindi rimettete la carne a cuocere insieme agli anacardi ed alla salsa ottenuta amalgamando zucchero, aceto e un cucchiaino di agar agar. Appena la salsa si addensa, togliete dal fuoco e servite.

Un consiglio

Servite questi due piatti di carne accompagnandoli con del riso bianco cotto al vapore, oppure del riso basmati profumato al curry, o ancora, come ho fatto io oggi, con del riso integrale saltato con olio E.V.O., succo di limone, menta fresca e un tuorlo d'uovo. Scegliete infine delle verdure sia cotte che crude. Io oggi ho preparato del cavolo cappuccio saltato con salsa di soia e olio E.V.O. e dei rapanelli conditi con olio E.V.O. e acidulato di umeboshi.

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Spaghetti a prova di nonni

A volte i nonni hanno bisogno di essere viziati e coccolati come i bimbi. e allora... perchè non preparare degli spaghetti a prova di nonni?

Ingredienti

Dosi minime per 5 persone:

 

- 500g di pasta tipo spaghetti

- 800g/1kg di scampi tigrati (quelli polposi dal gusto simile alle aragostelle)

- 2 peperoncini tondi freschi

- 1 mazzetto di prezzemolo fresco

- 3/4 spicchi d'aglio

- un pizzico di sale fino (più quello grosso per l'acqua di cottura della pasta)

- un filo (generoso) di olio E.V.O.

- una spolverata decisa di bottarga di muggine

- mezzo bicchiere di vino bianco fermo non troppo secco

- un pezzetto di kouzou

Preparazione

Togliete le teste e la corazza ai crostacei, lasciando l'ultimo pezzetto di "coda", incidete la carne in prossimità della spina dorsale ed estraetela aiutandovi con uno spilucchino. Sciascquate i crostacei così puliti sotto l'acqua corrente.

In una padella capiente mettete a sfrigolare l'olio, con il trito di prezzemolo, aglio, peperoncini (cui avrete prima eliminato tutti i semi) e sale. Aggiungete i crostacei e fate sfumare con mezzo bicchiere di vino bianco fermo. Per ottenere una consistenza più cremosa del sugo aggiungete un pezzetto di kouzou al sugo e mescolate finchè non si scioglie.

Mettete a cuocere la pasta. Una volta cotta fatela saltare nella padella insieme ai crostacei, quindi impiattate, aggiungendo all'ultimo una spolverata generosa di bottarga.

Un consiglio

 Se non tollerate il gusto deciso della bottarga, ma vi piace l'effetto visivo di questo piatto, potete sostituire la bottarga con del pangrattato.

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Birrificio Rubiu: un altro modo di vivere la birra artigianale di qualità.

 

Eccomi di nuovo a scrivere un articolo condiviso con l'invitatospeciale.

La storia di questo birrificio nasce dalla decisione di tre giovani coraggiosi che, in tempi in cui le birre artigianali non avevano ancora l'eco odierna, si sono messi in gioco ed hanno realizzato il loro progetto. Fin da subito hanno scelto di puntare sulla qualità. Dopo studi attenti, prove, tentativi e assaggi nascono le prime birre, poi il grande passo del primo birrificio con annesso brew pub. Subito un premio prestigioso con la birra Flavia. E qui mi fermo un momento, perchè proprio in questo connubio di birra e cibo di qualità, serviti in un ambiente curato nei minimi dettagli sta la differenza.

 

Fin dagli esordi in Viale Trento, a Sant'Antioco, sull'omonima isola sarda, infatti, i tre soci sono stati in grado di creare un marchio che si sposava benissimo col territorio circostante (scelta di nomi legati alla loro terra per le birre, immagini evocative alle pareti, ottimi prodotti del territorio utilizzati nella preparazione delle pizze e dei dolci scelti per accompagnare le loro birre), ma evolvendo sempre, di anno in anno, stando al passo con i tempi e le nuove esigenze del pubblico, sono usciti da una dimensione prettamente territoriale, pur restando comunque molto legati alle loro origini. Il nuovo birrificio, attorno al quale si sviluppa il brew pub di Sant'Antioco (il locale sorge infatti sopra il birrificio, che è in parte visibile dai clienti) e la nuova pizzeria brew pub Levante, realizzata come una sorta di filiale cagliaritana, rendono bene l'idea di questo loro salto in avanti. Da sempre hanno privilegiato i clienti del territorio, mettendo a disposizione ogni loro birra alla spina, specialmente le stagionali (l'estiva Margine rosso e la natalizia Centesima), inizialmente anche per ragioni di portata limitata dell'impianto. Una volta deciso di spostarsi da Viale Trento e di avvalersi di un impianto molto più grande, tuttavia, hanno dato comunque la precedenza alla birra alla spina, da gustare con gli amici e i clienti.

 

Una realtà molto particolare quella creata da questi ragazzi, che in pochi anni hanno saputo fondere tradizione, gusto e innovazione dando origine ad un marchio vincente. La loro pizzeria, con la scelta di prodotti di alta qualità al 90% sardi, le farine biologiche macinate a pietra e un'ambientazione curata nei minimi dettagli, tale da non stonare in nessuna città europea, è parte caratteririzzante del loro modo di essere birrificio. In quest'ottica non ci si stupisce dei riconoscimenti avuti dal Gambero Rosso, che, insieme ai premi italiani e stranieri vinti dalle birre, danno lustro ad un'impresa che merita il successo, in quanto ogni conquista è frutto di un lavoro e di una ricerca minuziosa. Aperti alla collaborazione (non è vero che tutti i sardi non sanno fare squadra!) hanno scelto di servire anche altre birre, di caratteristiche differenti da quelle da loro prodotte. Ad esempio, oltre all'ottima Moresca, con la quale Tiziana ha saputo creare un dolce appagante che porta il nome della birra con cui è creato, la Torta Moresca appunto, potrete trovare delle Barley o delle Baldin da abbinare all'ottima scelta di dolci.

 

L'attenzione al fermento culturale del territorio sardo e italiano porta Rubiu a partecipare ad eventi legati al mondo della birra e non solo. Dal 9 all'11 dicembre 2016 a Cagliari si svolgerà Dipinta "dove la birra incontra l'arte", un interessante festival in cui potrete assaggiare ottime birre artigianali, tra cui saranno presenti anche le Rubiu, gustosi piatti che spaziano dallo street food a scelte più sofisticate, ammirando opere di artisti sardi "nel segno dell'arte figurativa e birraia".

 

E' venuto il momento di conoscere questa eccellenza sarda! Per chi non avesse dimestichezza col sardo e non sapesse che cosa significa Rubiu, eccovi la spiegazione data dai tre soci fondatori:

RUBIU, agg. [ròsso] 1. birrificio artigianale nato nel 2009 situato nell’isola di Sant’Antioco, sud-ovest della Sardegna; 2. sinonimo di birra non filtrata, non pastorizzata, senza conservanti, stabilizzanti o additivi aggiunti; 3. locale con pizzeria e ampia scelta di prodotti locali; 4. moto a luogo, utilizzato ogni qualvolta si voglia passare una bella serata in compagnia.

 

 

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Pranzo d'autunno... espresso!

In questi giorni ho tanto da fare e poco tempo a disposizione. Mentre mio marito è andato a prendere la bimba a scuola mi sono inventata un pranzetto goloso, da gustare con le bacchette per assaporarlo meglio.

Ingredienti

Per il riso con i funghi:

- 6/7 funghi coltivati tipo prataioli o simili

- 1 e 1/2 o 2 pugni di riso a persona più uno abbondante per la pentola

- 1 filo d'olio E.V.O.

- una presa generosa di sale (i funghi coltivati non sono molto sapidi)

- acqua sufficiente a coprire abbondantemente

-1 spicchio d'aglio

- 1 pizzico di prezzemolo tritato

 

Per il tofu piccantino:                                                                                               Per la crema di lenticchie:

- 250g di tofu al naturale                                                                                          - 1 porro

- 1/2 carote                                                                                                                    -1 bicchiere di lenticchie rosse

- 2 gambi di sedano                                                                                                    - un pizzico di sale

- uno spicchio d'aglio                                                                                                - un filo d'olio E.V.O.

- un filo d'olio di semi di mais                                                                                 - una spolverata generosa di

- una spruzzata di salsa di soia                                                                                 curry in polvere

- semi misti non tostati                                                                                             - acqua

- un pezzetto di zenzero fresco

Preparazione

Per prima cosa mondate, lavate e tritate le verdure necessarie alla preparazione di ciascun piatto. Passate velocemente sotto l'acqua e tagliate a tocchetti il tofu.

In una pentola col fondo spesso mettete un filo d'olio E.V.O., il porro tritato, le lenticchie, il curry in polvere ed il sale, mescolate con un cucchiaio di legno, quindi aggiungete l'acqua a coprire abbondantemente il tutto e lasciate cuocere a fuoco lento, coperto, per circa 15 minuti. Le lenticchie cambieranno colore e consistenza. A quel punto potrete frullare il tutto e lasciar sobbollire fino al momento d'impiattare, rimestando con un cucchiaio di legno.

In una pentola per la cottura a vapore cuocete in poca acqua i broccoli per pochi minuti, controllando con i rebbi di una forchetta che la verdura non abbia perso troppa consistenza.

In un'altra pentola a fondo spesso mettete un filo d'olio E.V.O., uno spicchio d'aglio schiacciato con l'apposito attrezzo, un pizzico di prezzemolo tritato finemente, una presa di sale e i funghi tagliati a listarelle. Lasciate cuocere coperto finchè i funghi non cambiano colore e consistenza, producendo un sugo liquido. Aggiungete il riso, quindi coprite abbondantemente con dell'acqua calda e cuocete col coperchio per il tempo necessario a seconda del riso usato (intorno ai 15', non essendo riso integrale).

Quando lenticchie e risotto sono a fine cottura, mettete un filo di olio di semi di mais in un wok e fate saltare carote, sedano e semi vari, unite uno spicchio d'aglio schiacciato con l'apposito attrezzo, il tofu e lo zenzero schiacciato come l'aglio. Bagnate con della salsa di soia e continuate a rimestare con il cucchiaio di legno, per non far attaccare il cibo al wok, aggiungendo un po' d'acqua. Quando le carote diventano morbide togliete dal fuoco. 

Quando tutto è pronto mettete in una pentola antiaderente un filo d'olio E.V.O. e fatevi cuocere un uovo a persona all'occhio di bue, salando solo alla fine.

Componete un piatto con ciascun elemento e servite, accompagnando il tutto con del Carignanodel Sulcis.

Un consiglio

Se vi piace, o se volete provare qualcosa di insolito, usate le bacchette cinesi per gustare questo colorato e profumato piatto. Come sostiene mia figlia si gusta meglio il cibo con le bacchette, soprattutto se c'è del riso.

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La carezzina della bisnonna

Quest'anno la mia bimba ha festeggiato con me la notte del 31 ottobre. No, niente dolcetto/scherzetto con travestimenti horror in giro per le strade.

Siamo rimaste a casa. Prima di andare a dormire abbiamo messo sulla tavola una bugia con una candela bianca accesa, un piatto e una tazza di latte di riso. Ho spiegato alla mia biondina che quella era una notte speciale, in cui gli antenati, ormai morti, si avvicinano ai vivi. L'antenata che lei ha conosciuto è una sola al momento: mia nonnna paterna, ovvero sua bisnonna. Le ho detto che se andava a dormire sarebbe passata la bisnonna e se l'avesse trovata addormentata le avrebbe dato una carezzina e poi, lieta di trovare la tavola preparata per lei, le avrebbe lasciato qualche dono, magari dei dolcini, nel piatto sistemato apposta. Entusiasta all'idea, mia figlia si è preparata prima del solito e si è precipitata a letto, nella speranza, dichiarata nel darmi la buona notte, di trovare degli orsetti gommosi nel piatto, l'indomani, al suo risveglio.

Inutile spiegare con quanta energia si sia alzata dal letto, la mattina seguente, per andare a vedere che cosa le aveva portato la bisnonna durante la notte. Ho spiato in silenzio la gioia nei suoi occhi quando ha trovato proprio gli orsetti tanto desiderati e ovviamente ho finto stupore quando è corsa in camera mia ad informarmi della straordinaria scoperta. Fin qui non ci sarebbe nulla di diverso con la mattina di Natale o dell'Epifania, ma non è stato lo stesso.

Poco dopo l'entusiasmo per il ritrovamento delle caramelle, infatti, masticando un orsetto al gusto di mela è corsa verso di me e mi ha detto: "Mamma mamma! Vieni a vedere che cosa mi ha portato la nonna Rita! Lo sai che ho sentito che mi ha dato una carezzina, mentre dormivo?". Ma la presenza della bisnonna non si è limitata al ricordo raccontato, poichè, senza che nessuno le dicesse nulla, pochi minuti più tardi la piccola è andata a prendere la sua lavagnetta e i gessetti e ha realizzato il disegno che avete visto qui sopra. Mostrandomelo soddisfatta ha spiegato: "Ecco vedi, mamma? Questa è la bisnonna che mi da la carezzina e questa sono io mentre dormo".

Il filo che unisce generazioni di donne è stato preso anche dalle sue manine ed è entrata nella generazione di donne della mia famiglia, accolta con una dolce carezzina dalla bisnonna, in un gesto d'iniziazione, che la porta a vivere la tradizione femminile con gioia e naturalezza, senza temere le sue antenate, che al contrario possono rappresentare per lei una risorsa e una sicurezza. Abbiamo sempre bisogno dei riti di passaggio, sebbene oggi si tenda a disconoscerne l'importanza.

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Pesce Pagro al cartoccio in abbinamento alla Barley BB9... perchè ormai per noi BB9 fa rima con pesce!

Dopo aver abbinato le code di salmone alla brace con la Barley BB9, per noi quella birra fa rima con pesce e allora stasera ho voluto osare un nuovo abbinamento. Non ho usato la BB9 in cottura, optando per del Carignano del Sulcis, tuttavia... un po' mi pento di non averlo fatto. Le sue note speziate e pepate sarebbero state perfette per questo pesce!

Ingredienti

- 1 pesce pagro da circa 800g

- una presa generosa di sale grosso

- 3/4 bacche di ginepro

- 1/2 grani di pepe nero

- 1 spicchio d'aglio

- 2 rametti piccoli di sole foglie di elicriso

- 3 foglie fresche d'alloro

- un filo 'olio E.V.O.

- 1 spruzzata di Carignano del Sulcis

Preparazione

Pulite, squamate e sciacquate bene sotto l'acqua corrente il pesce, quindi inserite nell'apertura le spezie, i gusti, il sale e l'aglio. Ponete il pesce su un foglio di alluninio adagiato su una pirofila, versate sul pesce un filo d'olio e una spruzzata di vino, quindi richiudetelo con il foglio d'alluminio creando un cartoccio, senza chiuderlo ermeticamente.

Fatelo cuocere a forno caldo per una ventina di minuti a 220°, quindi abbassate la temperatura a 200° e procedete per una decina di minuti scarsa.

Sfornate e aprite il cartoccio solo in tavola, al momento di servire.

Il pesce pagro ha una carne assai stopposa, ma con questi accorgimenti nella cottura otterrete un sugo con cui cuocerà e che potrete usare per ammorbidirlo ulteriormente al momento di servirlo, ottenendo carni morbide e con la giusta umidità.

Un consiglio

Come accennavo prima, per noi in famiglia pesce fa rima con BB9, e anche in questo caso l'abbinamento con questa birra Barley da molta soddisfazione.

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Torta alla panna

Finalmente la biondina riesce di nuovo a masticare senza dolore. Bisogna festeggiare, e allora... torta!!!! 

Ingredienti

-250g di panna fresca

-250g di farina di grano tipo 0

-100g di zucchero semolato

-3 uova

-1/4 di cucchiaino da caffè di vanigia Bourbon in polvere

-17g di lievito naturale in polvere

Preparazione

Sbattete le uova con lo zucchero, unite delicatamente, mescolando con un cucchiaio di legno, la panna, la farina setacciata, il lievito e la vaniglia. Versate il composto in una ciambella imburrata ed infarinata e, aiutandovi con una spatola, livellatelo. Infornate a 170° per 40' circa. Per verificare la cottura inserite uno stecchino di legno nella torta. Dovrà uscire pulito, senza residui d'impasto.

Un consiglio

Se la torta non è destinata a dei bambini, potete aggiungere 2/3 cucchiai di liquore all'impasto. Vi consiglio un liquore molto zuccherato, ad esempio del rum.

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Polenta e scampi: connubio perfetto!

Approfittando del fatto che la mia bimba non era momentaneamente in grado di mangiare gli scampi a causa di un'infezione batterica, mi sono divertita a creare un sugo sfizioso e leggermente piccante  che s'adattasse ai crostacei, da sevire con la polenta. Ovviamente ho dovuto promettere alla biondina che una volta guarita glieli avrei cucinati di nuovo... che golosastra!

Ingredienti

Dosi per 3/4 persone:

-800g di scampi

-800g di polpa di pomodoro

-3/4 spicchi d'aglio

-3/4 cucchiai generosi di olio E.V.O.

-una presa di sale

-una spruzzata di rum

-2 pizzichi di zenzero in polvere

-2 peperoncini secchi

-1/2 bicchiere di Carignano barricato (o altro vino rosso con molti tannini)

-un pizzico di alghe arame

-un pizzico di alghe dulse

-un tocchetto di circa 1cm di kouzou

 

Per la polenta:

-2 litri d'acqua

-300g di farina di mais

-una presa generosa di sale

Preparazione

Fate saltare gli scampi in padella con un filo d'olio e sfumate con il rum. Nel frattempo, in una pentola di coccio mettete un fondo d'olio, in cui schiaccerete l'aglio con l'apposito attrezzo. Aggiungete i peperoncini che spezzerete con le mani, lo zenzero e il sale. Lasciate sfrigolare brevemente il tutto, quindi aggiungete il pomodoro, mescolando. Unite gli scampi e mescolate delicatamente. Coprite col coperchio ed iniziate la cottura. Quando la salsa inizia ad insaporire il pesce aggiungete il vino, quindi continuate la cottura, a fuoco lento. Verso la fine della cottura aggiungete le alghe e il kouzou sbriciolato. Cuocete in totale per circa 2/3 ore.

Per cuocere la polenta servitevi di una pentola capiente, possibilmente in rame. Versate la farina di mais a pioggia nell'acqua bollente già salata e mescolate aiutandovi con l'apposito attrezzo. Cuocete a fuoco basso per circa 45', rigirando spesso con un cucchiaio di legno. Servitela morbida come quando preparate la polenta concia.

Un consiglio

Se usate degli scampi surgelati fate attenzione a non protrarre troppo a lungo la cottura. Spesso gli scampi, prima di venire surgelati vengono scottati e una volta scongelati le loro carni risultano più morbide rispetto al prodotto fresco.

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Vellutata Mabon

Come festeggiare al meglio l'arrivo dell'autunno se non con una calda e golosa vellutata? E allora... che vellutata Mabon sia! Per la gioia di grandi e piccini!

Ingredienti

Dosi per 3/4 persone:

- 1/2 zucca (di quelle mantovane, con la buccia verde e l'interno d'un arancione intenso)

- 7/8 funghi freschi (anche quelli coltivati vanno bene, non usate funghi troppo saporiti tipo i porcini)

- 1 spicchio d'aglio

- 1 pizzico di sale

- 1 filo (generoso!) d'olio E.V.O.

- 1 pizzico di prezzemolo fresco appena tritato

- 2/3 carote

- 1 porro

- 1 gambo di sedano

- almeno 2/3 mestoli d'acqua a pesona

-1 pezzetto di kouzou da 1cm

Preparazione

Tagliate finemente il porro, schiacciate l'aglio con l'apposito attrezzo e metteteli a dorare leggeremente in un filo d'olio in una pentola di ghisa insieme al prezzemolo. Unite le verdure tagliate non troppo finemente e rigirate il tutto con un cucchiaio di legno. Aggiungete l'acqua e lasciate cuocere. Quando le verdure iniziano ad ammorbidirsi frullate il tutto con un frullino ad immersione e continuate la cottura, unendo il kouzou sbriciolato prima di richiudere il coperchio.

A fine cottura, fate saltare in una padella alcuni pezzetti di pane tagliato a cubetti insieme a dell'olio E.V.O. e del rosmarino. Con i crostini ottenuti servite la vostra zuppa caldissima.

Un consiglio

Se desiderate un gusto un po' piccante, prima d'impiattare la zuppa spremete con l'apposito attrezzo un pezzetto di zenzero fresco.

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Torta alle ciliegie

Piacerà ai golosastri domattina a colazione la mia nuova torta alle ciliegie?

Ingredienti

Dosi per una torta di 20cm di diametro

-400g di ciliegie

-150g di farina semintegrale

-50g di cocco in scaglie

-17g di lievito naturale in polvere

-2 uova

-100g di zucchero di canna integrale

-70g di burro

-1 pizzico di sale per ogni uovo

-1/4 di cucchiaino da caffè di vaniglia Bourbon in polvere

-100g di kefir di latte di capra

-1 cucchiaino da caffè di olio di cocco

-1 cucchiaino da caffè di mix di spezie e fiori

Preparazione

Sbattete le uova con lo zucchero, aggiungete il sale, il burro sciolto a bagnomaria, la vaniglia, il mix di spezie e il kefir. Setacciate la farina e unitela al composto, quindi versatevi il lievito e le scaglie tte di cocco. Versate il tutto in una teglia, precedentemente imburrata e infarinata, di 20cm di diametro, quindi disponete sulla superficie le ciliegie, snocciolate e tagliate a metà, formando dei centri concentrici, spingendo delicatamente le ciliegie nell'impasto. Infornate a 170° per circa 35'.

Caramellate le ciliegie avanzate con un cucchiaio di zucchero di canna, la punta di un cucchiaino da caffè di vaniglia e altrettanto di mix di spezie e fiori.

Sfornate la torta e ponetela a raffreddare su di una gratella. Servitela cosparsa di cocco in scaglie, accompagnandola con le ciliegie caramellate.

Un consiglio

Se, come me, ricoprite la superficie della torta con le ciliegie caramellate anzichè servirle a parte insieme a ciascuna fetta, otterrete un piacevole contrasto di consistenze e darete la giusta dose di umidità alla torta, che risulterà ancora più golosa.

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Melanzane all'aglio, chinese style, per un pranzo che profuma di nostalgia di Cina

Oggi a pranzo avevo nostalgia di Cina, tanto per cambiare, così ho deciso di preparare un po' di melanzane all'aglio, da accompagnare a del riso bianco e a dello spada arrosto condito con i pomodorini del mio giardino, olio EVO sardo delicato, sale e un mix di erbe di Provenza. Ne è nato un pranzetto fusion davvero gustoso!

ingredienti per le melanzane all'aglio

4 melanzane piccole (io ho usato quelle bianche, più dolci e morbide)

9 cucchiai di olio (io ho usato dell'olio EVO molto delicato che produce un mio amico, ma se ne siete sprovvisti vi consiglio di optare per dell'olio di semi, in modo da non alterare il sapore del condimento)

3/4 spicchi d'aglio (almeno!)

1 cipolla (io ho usato una cipolla bianca fresca)

6 cucchiaini di zucchero di canna integrale

6 cucchiaini di salsa di soia

6 cucchiaini di aceto di mele

1 cucchiaio di cherry secco (io oggi l'ho sostituito con 1 cucchiaino di grappa barricata di moscato)

preparazione

Mondate, lavate e tagliate per il lungo le melanzane. Tagliate ogni metà ottenuta a dadini non troppo piccoli.

Riscaldate 3 cucchiai di olio in un wok, aggiungete la metà delle melanzane e, continuando a rigirarle con un cucchiaio di legno, cuocetele a fiamma viva per circa 5 minuti, fino a che saranno dorate e l'olio sarà completamente asciugato. Mettetele ad asciugare sulla carta assorbente e ripetete l'operazione con l'altra metà di melanzane.

Una volta finito di saltare tutta la verdura rimettete altri 3 cucchiai di olio nel wok e, una volta caldo, versatevi a rosolare la cipolla e l'aglio tagliati finemente.

Unite lo zucchero e fate caramellare, quindi aggiungete la salsa di soia, la grappa (o lo scherry, se lo preferite) e l'aceto. Continuate a mescolare e fate cuocere alcuni minuti, amalgamando gli ingredienti.

Aggiungete le verdure saltate poco prima e lasciate cuocere ancora qualche minuto, fino a che vedrete la salsa ridursi quasi del tutto.

Servite le melanzane calde accompagnandole con del riso bianco bollito.

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Disorganizzazione o ansia di togliersi il fango dagli stivali? Cronaca di una serata velata di tristezza.

Mi ero ripromessa di non scrivere critiche negative, ma piuttosto valorizzare locali, sagre o attività culturali degne di nota in cui mi fossi trovata a vivere una gratificante esperienza, tuttavia ho dovuto ricredermi. Questa sera mi sono trovata in una situazione spiacevole e, prima di scrivere qualcosa al riguardo, mi sono posta la domanda se fosse costruttivo o meno redigere un articolo e alla fine ho realizzato che poteva esserlo, così eccomi qui a parlarvene.

 

Perchè ho cambiato idea? Ho osservato la situazione da un'angolazione differente, ponendo al posto dell'organizzazione percepita come assai carente una persona in carne ed ossa, e non una persona qualunque, ma uno dei miei più cari amici. A questo punto mi sono chiesta: se un mio caro amico organizza male una serata io faccio finta di niente o faccio una critica che mi auguro sia costruttiva, in profonda amicizia, per fargli notare mancanze che magari nemmeno s'è accorto d'avere, per essergli d'aiuto per la sua prossima festa? Ovviamente scelgo la seconda opzione e con calma, con tutto l'affetto che mi muove verso il mio amico, gli muovo la mia critica perchè mi auguro con tutto il cuore di non dover più assistere ad un'altra sua festa così mal riuscita. Se l'amico è in grado di apprezzare il fatto che mi sono esposta, anche a rischio di risultare sgradevole, mossa dalle migliore intenzioni, apprezzerà la mia sincerità e preferirà la mia critica costruttiva ai sorrisi falsi di chi, tra i