Disorganizzazione o ansia di togliersi il fango dagli stivali? Cronaca di una serata velata di tristezza.

Mi ero ripromessa di non scrivere critiche negative, ma piuttosto valorizzare locali, sagre o attività culturali degne di nota in cui mi fossi trovata a vivere una gratificante esperienza, tuttavia ho dovuto ricredermi. Questa sera mi sono trovata in una situazione spiacevole e, prima di scrivere qualcosa al riguardo, mi sono posta la domanda se fosse costruttivo o meno redigere un articolo e alla fine ho realizzato che poteva esserlo, così eccomi qui a parlarvene.

 

Perchè ho cambiato idea? Ho osservato la situazione da un'angolazione differente, ponendo al posto dell'organizzazione percepita come assai carente una persona in carne ed ossa, e non una persona qualunque, ma uno dei miei più cari amici. A questo punto mi sono chiesta: se un mio caro amico organizza male una serata io faccio finta di niente o faccio una critica che mi auguro sia costruttiva, in profonda amicizia, per fargli notare mancanze che magari nemmeno s'è accorto d'avere, per essergli d'aiuto per la sua prossima festa? Ovviamente scelgo la seconda opzione e con calma, con tutto l'affetto che mi muove verso il mio amico, gli muovo la mia critica perchè mi auguro con tutto il cuore di non dover più assistere ad un'altra sua festa così mal riuscita. Se l'amico è in grado di apprezzare il fatto che mi sono esposta, anche a rischio di risultare sgradevole, mossa dalle migliore intenzioni, apprezzerà la mia sincerità e preferirà la mia critica costruttiva ai sorrisi falsi di chi, tra il resto dei suoi amici, pur non essendosi trovato bene, non ha il coraggio di esporsi e preferisce lamentarsi alle sue spalle.

 

Questa sera sono stata a Santadi, dove, nell'ambito della manifestazione "Sa coia Maurreddina" (il matrimonio mauritano), era prevista una "Cena all'aperto, laboratorio e degustazione dei piatti del matrimonio nella tradizione popolare", o almeno così recitava il volantino e i numerosi poster giganteschi affissi per varie località del Sulcis Iglesiente.

Appena giunti, puntuali, nel posto indicato dal volantino, abbiamo chiesto conferma ad alcune ragazze della pro loco se quello era il posto giusto.in cui cenare. Con un fare dubbioso ci è stato risposto che sì, si poteva mangiare anche lì. Quando ci siamo seduti al tavolo e abbiamo dato un'occhiata al menù, notando che non compariva nulla che potesse rifarsi a piatti del matrimonio nella tradizione popolare (suonava un po' strano che i futuri sposi avessero per cena tradizionale un panino con salsiccia e patatine fritte), vista l'incertezza iniziale della ragazza con la maglietta della pro loco circa il luogo dove si mangiava la tradizionale cena, ho deciso di allontanarmi per verificare se per caso avessimo sbagliato zona. Avendo trovato, dopo pochi passi, un punto informativo, provai a chiedere lumi in merito a due ragazze poste lì a fornire indicazioni, ma con mio grande sconforto, nonostante su ogni cartellone e volantino ci fosse scritto chiaramente che questa sera era prevista tale cena tradizionale, le ragazze nemmeno sapevano fosse prevista una cena. Guardandomi stupite mi dissero: "Il matrimonio è domani! Poi dopo il matrimonio i gruppi vanno a mangiare ad un agriturismo lontano da qui. Questa sera non mi risulta ci sia niente. Ma lei è proprio sicura ci sia una cena? Quelli della pro loco danno da mangiare. Ha chiesto a loro?" Sconfitta dalla loro totale estraneità ai fatti, ho smesso di replicare e sono andata a mangiare la salsiccia con le patatatine perchè iniziavo ad aver fame.

 

Il caso ha voluto che nel tavolo dietro di me ci fossero proprio il sindaco ed alcuni assessori, come notò un amico del posto che era venuto a cena con me.

Finito il panino, tra l'altro assai gustoso, e bevuto il vino, decisi di tentare per l'ultima volta di ottenere notizie circa i piatti del matrimonio e chiesi al sindaco perchè non erano stati serviti e perchè non avevo trovato traccia del laboratorio di cui avevo letto sul volantino.

Il sindaco mi disse che era contrariato anche lui per il fatto che sul menù non comparisse il piatto del matrimonio, che anzi lui avrebbe preferito fosse stato servito senza possibilità di alternative e mi incoraggiò a chiederlo. Ne ottenni anche, finalmente, la descizione: pane raffermo imbevuto del brodo di pecora con un'abbondante aggiunta di formaggio e pecora bollita con alcune verdure usate nel suo brodo. Mi disse anche che i nuovi componenti della pro loco erano preoccupati che un piatto del genere potesse non venire gradito e che quindi decisero di apporre modifiche al menù aggiungendo proposte più moderne, come appunto il panino con la salsiccia. Un ragazzo molto gentile, che indossava una maglietta della pro loco, scusandosi per l'inconveniente, mi fece avere al più presto il piatto tanto atteso.

 

Premesso che io amo particolarmente la carne di pecora e il brodo che ne deriva lo trovo qualcosa di paradisiaco, trovo assurdo che non si sia promosso quel piatto, contestualizzandolo nell'ambito della tradizione di "un rito antico che vive nel tempo", per citare il volantino! Certo che la salsiccia era gustosa, ma non era una grigliata nel cortile di casa, era una parte di una rappresentazione che dura ben cinque giorni, la cena prima del concerto di Piero Marras, la cena della sera prima del matrimonio, la cena che prevedeva anche un laboratorio per comprendere a pieno tradizione e preparazione del piatto del matrimonio. In un contesto del genere il panino alla salsiccia, per quanto buono, stona totalmente!

 

Disorganizzazione, direte voi. Certo, inspiegabile che nessuno sapesse dare indicazioni e solo alla fine sia riuscita, per puro caso, ad ottenere quanto scritto a lettere cubitali anche sul mega poster affisso proprio davanti alla postazione della pro loco in cui erano stati preparati i piatti. Inspiegabile che ad una manifestazione sullo stile di una sagra si venga serviti al tavolo, con confusione data anche da un menù mal scritto, quando tutto sarebbe stato facilmente gestibile organizzando uno spazio, in cui poter attendere in coda di pagare e quindi ritirare il cibo per cui si è pagato, ed un altro spazio in cui poter mangiare, come normalmente accade nelle sagre o manifestazioni meglio gestite di questa.

 

Ma la disorganizzazione non basta a spiegare il mio dispiacere e la mia decisione di parlarne. Ciò per cui sono venuta via con un velo di tristezza è altro. E' la sensazione forte che ho avvertito della paura di proporre un piatto povero pensando che pochi possano desiderare di mangiarlo, è il denigrare una tradizione per far cassa con qualche salsiccia, è il gestire male gli spazi e le persone pur avendone in abbondanza.

 

Se una ragazza indossa una maglietta della pro loco e viene a prendere un ordine al tavolo (tralasciando per un attimo l'aspetto curioso del fatto, mai vissuto prima in ambienti similari), deve sapere che cosa c'è per cena ma soprattutto deve essere lieta di poterlo proporre perchè fa parte di quello per cui tanta gente ha dedicato tempo ed energia. Le pro loco si adoperano per la promozione del territorio, e il cibo svolge un ruolo importantissimo in un ambito etnoculturale. Chi indossa quella maglietta lo deve sapere e se non ne è consapevole, qualcuno deve rendersene conto e spiegarglielo.

 

Mi auguro che i giovani possano arrivare ad apprezzare le tradizioni del nostro paese, regione per regione, paese per paese e che ne vadano anche orgogliosi! Non denigriamo la nostra tradizione enogastronomica, per la troppa ansia di togliersi il fango dagli stivali (per citare un certo comico), perchè è dalla terra che veniamo e ad essa apparteniamo.

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