Una carezza dal passato

Considero sia stato un bene per me poter conoscere fino a tre generazioni precedenti, tra nonne, zie, prozie, bisnonne e comari varie. Il vissuto raccontato tra un impasto e un ricamo ha il sapore della realtà vissuta giorno per giorno con coraggio. Sono nata nel 1974, dunque la maggior parte delle mie ave ha vissuto per lo meno una guerra. Mia bisnonna, classe 1898, ne ha vissute due, entrambe da sfollata. Lei era infatti originaria dell'Istria, quella piccola penisola a forma di cuneo che un tempo era territorio dell'Austria Ungheria, quindi dell'Italia, poi della Iugoslavia, infine della Croazia. Sia durante la Grande Guerra (1915-1918), sia in seguito ai fatti della II Guerra Mondiale (per cui l'Istria venne ceduta alla Iugoslavia), mia bisnonna si ritrovò profuga, la prima volta in Polonia, la seconda a Trieste e poi da lì a Torino, città da cui non si mosse più, lasciando questo mondo senza tornare nemmeno una volta nella sua terra natìa.

La vita dei profughi è dura e spesso si fa fatica a raccontare ai giovani che cosa si è vissuto. Ma ogni tanto qualcuno di loro, mentre si trovavano a casa di amici o parenti, magari in occasione di un compleanno, davanti a una fetta di torta e un bicchiere di moscato, si lasciava andare a qualche ricordo e parlava col sorriso di chi, pur avendo vissuto momenti difficili, ringraziava d'essere vivo a raccontare, di poter brindare insieme a dei cari amici e di fermarsi a far tardi, senza paura di un coprifuoco o di una retata. A me bambina questi racconti che ogni tanto si facevano strada nei discorsi dei "grandi" affascinavano sempre e qualunque cosa stessi facendo, quando iniziavano a ricordare insieme io ero lì, pronta ad ascoltare.

Ricordo un pomeriggio a casa di una mia prozia, quando una sua comare raccontava entusiasta quanto fosse stata felice di festeggiare, pochi giorni prima, il proprio anniversario di matrimonio. Erano ancora tutti euforici al ricordo della lieta ricorrenza e si congratulavano con gli organizzatori per la buona riuscita della festa. Poi ci fu un momento di silenzio e la festeggiata affermò, con un sorriso tra il triste e il beffardo: "E finalmente avemo podudo far festa! No come la prima volta! Xe vero Maria?" (E finalmente abbiamo potuto festeggiare! Non come la prima volta! E' vero Maria? n.d.r.). Io non capivo. Ero troppo piccola per capire, ma vedevo il dolore nei suoi occhi sorridenti, così le chiesi spiegazioni. Con dolcezza, sorridendo perchè, come disse lei stessa, non voleva essere troppo triste e seria davanti ad una bimba, mi raccontò che quando si sposò fu in tempo di guerra (si riferiva alla II Guerra Mondiale) e che in quei tempi vigeva il coprifuoco, per cui dovettero rinunciare a gran parte della loro festa di nozze e non poterono certo festeggiare la loro gioia come avrebbero voluto. Questo lei per tanti anni lo aveva vissuto come un furto e, pur lieta di aver vissuto tanti anni insieme a suo marito, di essere sopravvissuti entrambi alla guerra e al dopoguerra, di poter vivere serenamente insieme l'età della pensione, nonostante tutto ciò desiderava da tanti anni poter condividere con i suoi cari quel momento di gioia. Certo, ora erano solo più due "veceti", ma per lei quell'anniversario significava moltissimo e, anche se in parte, le restituiva una gioia inespressa che era rimasta lì per tanto tempo, pronta ad esplodere. Rise di gusto e mi accarezzò la guancia.

Io la osservai a lungo quel giorno e sebbene fosse una donna già anziana, non riuscii a vedere altro che una ragazzina felice d'aver coronato il suo sogno d'amore. Gli sguardi d'intesa di quella coppia di anziani li porto nel cuore e non smetterò mai di ringraziarli per avermi resa partecipe del loro amore e della loro gioia di stare insieme e di celebrare quella gioia con i loro amici e parenti più cari. Non avevano nemmeno la fede nunziale originaria, poichè la cedettero alla patria come molti altri, ma questo non impediva loro di essere felici. Si erano ricomprate le fedi, che così erano più luccicanti, "come nuove", mi dissero ridendo.

Anche mia bisnonna aveva ceduto la sua fede, anche lei la ricomprò. Quando morì, mia nonna volle indossarla, ma per non apparire come una vedova vi fece applicare alcune pietre. La portò ogni giorno, per il resto dei suoi giorni.

Alla morte di mia nonna presi un suo anello (la fede la lasciai a mio padre) e la fede di mia bisnonna. Non li indosso ogni giorno, perchè sono eredità pesanti, a volte, da portare, emotivamente, però, quando mi sento di farlo, li indosso insieme, l'uno accanto all'altro, proprio come faceva mia nonna.

Quando li osservo sulla mia mano penso alla continuità e al legame che unisce le generazioni. A volte li lascio stare ed esco "libera da vincoli", per il mio bene e nel rispetto del loro amore, a volte invece li porto per giorni. Guardandoli rivedo le mani di chi le portava e sono per me una dolce carezza dal passato, dal mio passato.

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