Inesé, l’arte del pane veicolo di trasmissione d’antichi saperi

La tradizione del pane come oggetto rituale, benedetto durante alcune funzioni religiose, portafortuna per gli sposi e dono da non sprecare, nella tradizione italiana ha radici antichissime. In Sardegna, terra in cui le tradizioni sono considerate patrimonio inalienabile del popolo fiero d'appartenere a quest'isola, il pane viene intagliato come fosse legno da mani esperte, che ripetono gesti antichi. Una mia cara amica, Ines Marras, maestra elementare, abituata a dover gestire giovani vite cui ogni giorno cerca di passare sapienza, senza riempirle di sterili nozioni, si è trovata ad impastare farina e acqua per creare opere d'arte e gioielli quasi senza rendersene conto, come trascinata dalle janas (le antiche fate della Sardegna), che in lei videro la donna giusta cui mostrare quest'arte. Ecco che sono nate le prime sculture di pané, con la Dea Madre presente in varie forme, i gioielli e le altre creazioni.

 

Io stessa ho indossato dei lievi ciondoli di pane, creati da Ines per essere accostati ai miei abiti da concerto, e li ho portati con me fino all'altro capo del mondo, in Cina, fiera di poterli mostrare al collo. L'idea che il suo pane potesse girare per il mondo indossato delle sue amiche riempiva Ines di gioia, così altre ebbero il mio stesso privilegio.

 

 

 

Il suo pane è stato anche simbolo d'incontro e accoglienza, come quando ha donato una sua scultura, "cuore di pane" al rappresentante della comunità senegalese di Olbia, durante una manifestazione di scambio culturale e culinario promossa dalla città. Le ho chiesto come si fosse sentita, in quell'occasione, nel porgere un simile dono e lei mi ha detto che è stata una delle emozioni più forti della sua vita, in quanto col suo dono rappresentava la Sardegna, lei che si sente "figlia dell'emigrazione". Ines è nata in Belgio, a Mons, poichè il padre vi si recò, partito da un piccolo paese dell'entroterra sardo, per sfuggire alla miseria del dopoguerra italiano, con gli orrori della guerra ancora nella mente e nell'anima, e lì lavorò in miniera, a 1 km sotto terra, dove, come raccontò alla figlia, "non c'era misura nel lavoro". Felice, nonostante tutte le rinunce, della prospettiva migliore di vita offerta alla sua famiglia dal ricco Belgio del dopoguerra, una volta raggiunta l'età pensionabile, il padre di Ines decise di rientrare in Italia, nella sua Sardegna, ma non a Lula, nel paese d'origine, bensì a Sassari, per poter permettere ai suoi figli di intraprendere studi universitari, percorso che a lui fu precluso.

 

 

 

Ines fin da bambina vede la madre preparare il pane carasatu in casa, aiutandola in questa e altre preparazioni tradizionali, tuttavia per anni non si ritiene pronta a fare il pane, pensando di non essere all'altezza, finchè un giorno spezza gli indugi e, dopo aver messo da parte uno di quegli elettrodomestici che preparano e cuociono il pane, inizia ad impastare e a creare con le sue mani. Si rende conto che predilige forme sempre più piccole e così nascono a poco a poco le sue creazioni.

 

Si trova a creare figure che le pare d'inventare via via, ma quando, documentandosi su testi che trattano di pani tradizionali sardi, si rende conto che le sue "invenzioni" altro non sono che forme ataviche sarde, si rende conto di essere immersa nella tradizione delle sue ave e di poter essere, essa stessa, a sua volta, veicolo di trasmissione e condivisione di antichi saperi, attraverso le sue "mani guidate dal cielo".

 

 

 

Entusiasta di ciò, oltre ad inserire nel programma scolastico lo studio degli impasti e dell'argilla, organizza anche dei corsi extra scolastici, per adulti e ragazzi, nell'ambito di manifestazioni estive a Porto San Paolo e ad Arzachena, volti ad avvicinare a quest'arte antica anche i più titubanti ed inesperti.

 

 

 

Pochi giorni fa ho visto una sua nuova creazione, l'Émina de Sardigna e me ne sono subito innamorata. Appena l'ho vista mi sono immaginata una piccolissima jana con lo scialle sulla testa, come in certi costumi tradizionali sardi, che prevedono il capo adornato da scialli ricamati da splendidi ricami o pizzi, eseguiti con pazienza da mani esperte. Quando le ho chiesto che cosa raffigurasse, mi ha sppiegato che quella era una rappresentazione della donna sarda, un'evoluzione della Dea Madre, intesa come Madre Terra, donna, presenza femminile.

 

 

 

Vedere la gioia negli occhi di questa donna mentre porge una sua creazione aiuta ad aver maggiore fiducia nella forza delle piccole cose, dei piccoli gesti, veicolo d'amore e grazia che scorre, di mano in mano, in un rituale senza tempo.

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